PERIODO MEZZADRILE

Vincenzo Santolini, deceduto nel 2020, per decenni figura eminente della politica Corianese, contraddistinse la sua esistenza con un pervicace impegno politico e sociale. Raccolse le memorie di un amico di Coriano: Guido Ceccarelli, in questo suo scritto ne descrive la condizione quale lavoratore mezzadrile.

Il bambino che mia moglie aveva partorito nel 1959 non ci dava problemi di sorta, si alimentava con il latte fornito dalla nostra mucca e si addormentava pacificamente. Quando ebbe tre anni mia moglie rimase incinta un'altra volta. Questa trascorse il periodo di gravidanza tranquillamente. Mi era di ausilio nei lavori. Un giorno, mentre con lei si accatastava la paglia sul pagliaio, le arrivarono le doglie, era il 27 luglio del 1961. Chiamata l'ostetrica, diede alla luce una bimba che chiamammo Marina. Eravamo tanto contenti, tutto filava liscio e in casa con i due bimbi si vissero tanti momenti di gioia.

Nello stesso anno i sindacati e i partiti di sinistra avviarono una campagna tesa a modificare i patti agrari, per innalzare la percentuale nella suddivisione dei raccolti agricoli a favore del mezzadro dal 53% al 58%. Questa legge di modifica, già approvata alla Camera dei Deputati, non passò al Senato. Già nei primi anni cinquanta, dopo lotte e scioperi si era ottenuto il passaggio, a favore dei mezzadri, al 53% dal 50% rispetto alla quota prima applicata. Nel Comune di Coriano, nel corso di queste lotte rivendicative, vicino a noi contadini (mezzadri) a sostenerci ci furono la Camera del lavoro con: Carlo Zaghini, Vito Nicoletti, Valeriano Ruggeri (Garo), Renato Muccioli, Quarto Bronzetti, Luciano Lombardini, poi l'amico e compagno Primo Montanari, trascinatore e lottatore instancabile, di grande parola e rapporto umano, sempre disponibile.

Nell'anno 1961 decisi di non consegnare il grano al padrone, perché volevo ugualmente l'applicazione della quota al 58% nella divisione del raccolto. In seguito, a distanza di pochi giorni, si presentarono nel podere quattro carabinieri, insieme a dei facchini con un camion, per ritirare la parte dovuta per legge al padrone. Per quest'atto, fui denunciato per appropriazione indebita, perché il vecchio contratto prevedeva che il padrone avesse il grano e tutti gli altri prodotti della campagna nella sua abitazione di Rimini e che il carico e lo scarico fosse tutto a carico del colono.

Dopo la denuncia fui convocato in tribunale a Rimini, con causa per direttissima, poi ancora nei tribunali di Forlì e quindi Bologna. Come me furono denunciati per lo stesso reato altri due contadini, un certo Della Rosa, detto Belvird la cui famiglia gestiva il podere da centoquaranta anni in via Montescudo a Rimini e il terzo pure nella stessa via e Comune era il signor Bologna. In questa causa fummo assistiti dai sindacati di Rimini, tramite l'avvocato Coppola. Durante l'udienza al tribunale di Bologna il giudice mi chiese perché il grano era stato chiuso a chiave in una stanza e perché io non l'avessi aperta.

Risposi che il grano si trovava nella stalla dove non c'era nessuna porta. Fu interpellato anche il fattore, il quale confermò che la stalla era priva di porte. Nell'attesa della sentenza, noi imputati eravamo molto preoccupati per paura di essere condannati. Fortunatamente tutto si risolse a nostro favore. Fu una vittoria per la causa di noi contadini perché furono pienamente considerati i nostri diritti.
Durante il viaggio di rientro a casa, subentrò in noi l'allegria e con i sindacalisti si fece sosta per festeggiare, mangiando e bevendo, per tale propizio risultato.

Vincenzo Santolini