L'ADDIO

Saulla Bacchini, Rimini 1916 - 2014, giornalista, scrittrice, figlia di Ferroviere, ha lasciato memorie della sua vita. In questo caso descrive il rientro dopo la liberazione a Milano, con la figlia Lella e il marito Dino. Durante il periodo bellico, anche per sfuggire alle leggi razziali, il marito era un ebreo, si erano rifugiati in montagna a Porlezza, vicino al confine Svizzero, dove possedevano una baita. Lì Dino si era unito a formazioni partigiane.

Eravamo rientrati nel nostro appartamento, tutto vuoto, poiché chi ne aveva preso possesso (un militante della Repubblica Sociale) aveva venduto i nostri mobili ed era fuggito non si sapeva dove. Aveva lasciato, forse per scrupolo, il lettino di Lella. Acquistammo da un rigattiere alcuni mobili essenziali e alquanto sgangherati. Dino prese in affitto un ufficio verso la Stazione Centrale e ricominciò il suo solito lavoro di compra - vendita di partite di telerie. La merce disponibile era poca i soldi ancora meno.

Vendemmo alcuni gioielli per i primi acquisti, comprammo un'automobile, indispensabile per gli spostamenti di Dino e per il trasporto della merce. Avevamo avuto notizie da mia suocera Reginetta. Sparita la villa di Livorno sotto i bombardamenti, pensava di sistemarsi a Milano con Nilda e Piera, le mie cognate. Inaspettatamente restò libero un appartamento al primo piano, dove abitavamo noi. Vi presero possesso, liete di iniziare una nuova vita.

Nilda, durante l'avventurosa fuga verso Pescara, aveva conosciuto un ragazzo di Filadelfia, arruolato nell'armata ebraica. Era in attesa di raggiungerlo in America e sposarsi là, appena le pratiche fossero state completate. Restavo spesso sola, Dino girava l'Alta Italia con partite di telerie da piazzare. Non lo riconoscevo più, diceva che voleva diventare ricco e temevo che si dedicasse ad affari alquanto spericolati. Avevo paura.

Quando eravamo perseguitati dai nazifascisti mi sembrava di essere un'effimera, l'insetto che vive solo poche ore, il tempo di riprodursi. Ora mi sembrava di vivere e di morire alternativamente secondo come andavano gli affari. Inoltre incominciò a parlarmi di Palestina: sarà di nuovo Israele come ai tempi di Davide e Salomone, diceva, la Gran Bretagna, che la occupa dal 1917, deve andarsene, come promesso, e lasciarla in parte agli ebrei. Già partivano i volontari per la liberazione della Terra dei Patriarchi.

Per pagare il viaggio clandestino - ci s'imbarcava a Marsiglia - era sufficiente la vendita del bracciale. Il bracciale che mi ha regalato tuo padre, no!. Allora l'anello con i tre brillanti. Ci siamo salvati da una guerra terribile e ci vuoi portare di nuovo tra bombe e cannonate. Contro gli arabi. Ma che cosa hai capito? Vado solo io. Vi chiamerò quando Israele sarà nostra. Ero esterrefatta. Non ci parlammo per due giorni, intervenne Reginetta per dissuadere il figlio. Senza alcun risultato. Che cosa mangiamo noi? Obiettai!. Vendi i gioielli se occorre. Ma non credo, ti lascio sessantamila lire, sufficienti per dodici mesi e anche di più.

Lo accompagnai alla stazione, da dove avrebbe preso il treno per Marsiglia. Mi comportavo come in un sogno, non ero la donna che agiva freddamente, ma un doppione. Un doppione che aveva sempre saputo ciò che sarebbe accaduto. All'abbraccio Dino rimase inerte. Dal finestrino mi tese la mano che non strinsi. Ci rivedremo presto!. Dipende da te risposi. Scesi gli scalini che mi portavano verso il tram lentamente, come se all'improvviso invece dei miei quarantasette chili ne avessi più di cento sulle spalle. Il cuore era di ghiaccio, una frase mi rodeva il cervello: Non lo rivedrò più... è finita!.

Saulla Bacchini