COLTIVAZIONE DEL GRANO
dall'aratura alla trebbiatura

Una curiosità, in dialetto romagnolo non si usa la parola trebbiare ma bat e gren, battere il grano. Infatti prima dell'avvento delle trebbiatrici, forse non tutti sanno che, per estrarre il chicco dalla spiga, era utilizzato il sistema della battitura, che consisteva nel battere letteralmente le spighe sistemate in terra sull'aia, sopra un telone, tramite l'utilizzo di due bastoni legati tra di loro ma svincolati. Per l'occasione ho pensato di raccontare come avveniva l'intero ciclo annuale della coltura del grano e a quali grossi sacrifici si dovevano sottoporre i contadini ai tempi della mia adolescenza, quando l'utilizzo delle macchine era ancora relativo.

Il grano è stata una fra le prime piante a essere coltivate. La sua trasformazione in farina, poi in pane, lo rende uno dei prodotti più importanti nella storia dell'alimentazione umana. Attualmente tutte le operazioni inerenti alla sua coltura sono effettuate meccanicamente, con relativo impegno da parte dell'uomo. Ai tempi della mia infanzia non era così. Voglio qui raccontare il lavoro tutto manuale e la fatica che dovevano sobbarcarsi i contadini per coltivarlo. Le famiglie contadine dovevano necessariamente essere molto numerose per eseguire il duro lavoro dei campi, perché se non lo erano, i proprietari terrieri non li assumevano a mezzadria e i figli da mantenere erano tanti!

A quei tempi, da noi, l'economia era basata principalmente sull'agricoltura e la parte preponderante era appunto quella della coltura del grano. Io, da parte di padre, ho origini contadine, pur non essendolo mai stato, perché i miei genitori, appena sposati, furono assunti come custodi di un castello situato nel riminese. Questo si trovava al centro di una tenuta di ventisette poderi, uno dei quali coltivato dalla famiglia di mio nonno, compresi gli zii, fratelli di mio padre.

Nei momenti più faticosi relativi a quella coltura, i miei genitori collaboravano con loro, per questo motivo ho nitidi questi ricordi. SI iniziava in autunno con l'aratura dei campi da coltivare, eseguita con aratro trainato da buoi o vacche e guidato tramite una specie di manubrio dal contadino. Mi sono rimaste impresse due parole ro e bunì, nomi dati alle due bestie (così le chiamavano), sistemate sempre nella stessa posizione di destra o di sinistra. Quando il contadino pronunciava uno dei due nomi, loro capivano se curvare a destra o sinistra.

Dopo l'aratura le zolle erano frantumate tramite il passaggio dell'erpice. Questo era un arnese formato da tante punte di ferro rivolte verso il basso, ovviamente trainate sempre dai buoi (i trattori erano rari e assai costosi). Si procedeva poi alla semina, effettuata con una macchina, la quale tracciava dei piccoli solchi, nei quali erano lasciati cadere i chicchi di grano, poi ricoperti dalla terra. In primavera spuntavano le pianticelle di grano che si presentavano come filari paralleli distanti circa venti centimetri l'uno dall'altro. Siccome tra questi filari cresceva l'erba comune, questa doveva essere estirpata. Ho il ricordo di una decina di persone con zappa in mano che cantando, procedevano affiancate, provvedendo alla zappatura.

In giugno il grano maturava e questo era il momento più faticoso per i contadini: la mietitura. Questa era effettuata tutta a mano (tramite falci), chinati sotto il sole cocente. Gli steli erano raccolti in fascine chiamate cove, le quali a loro volta erano accatastate in covoni. Queste operazioni duravano intere giornate, tranne un piccolo pranzo frugale consumato sul luogo di lavoro. Noi bambini eravamo incaricati di portare il cibo dalla casa colonica, dove era cucinato da una zia, al luogo di lavoro, il campo. Per noi era un divertimento, non credo per loro.

Finita la mietitura si procedeva al trasporto dei covoni nell'aia formando con essi un grosso pagliaio chiamato e berch (la bica). I residui di spighe di grano rimaste sui campi erano raccolti dalle spigolatrici. Si trattava di donne in estrema miseria, che raccoglievano le spighe rimaste sul terreno, per ricavarne qualche chilo di grano. Poi c'era la trebbiatura che consisteva nel separare i chicchi dallo stelo (la paglia). Questa era effettuata da una trebbiatrice, la quale era azionata da un trattore (di solito un Landini (1) a testa calda) fermo a pochi metri dalla stessa, che, tramite una lunga cinghia montata sul volano, le trasmetteva il movimento. I chicchi, poi, erano raccolti in sacchi da circa 100 chili e la paglia era accatastata tramite forconi e formare cosi il pagliaio. La polvere creata dall'involucro dei chicchi (la pula), era smaltita.

Tanti contadini superavano i cento quintali di grano (alcuni anche duecento) e per festeggiare era suonata una sirena, la quale era messa in movimento (per produrne il suono) facendo ruotare un pignoncino della stessa appoggiandolo sulla cinghia in movimento sopra citata. Alla fine festa con piada, prosciutto, salame e sangiovese. Quanta fatica si dovevano sobbarcare i nostri nonni! Eppure lavoravano con serenità e senza pretese, cantando allegramente. Forse qualcosa dovremmo imparare da loro!

(1) nota. Il Landini monocilindrico era chiamato a testa calda, perché essendo l'alimentazione a iniezione indiretta, per l'avviamento necessitava di un preriscaldamento della testa del cilindro, tramite una fiamma esterna.

Filippo Vannini
Ex Capo Deposito Sovraintendente