Saulla Bacchini, Rimini 1916 - 2014, giornalista, scrittrice, ha lasciato memorie sulla sua vita. Qui racconta i primi impatti e sensazioni avute dopo il trasferimento con la famiglia da Rimini a Milano.
Trasloco avvenuto, una volta trovato lavoro da parte del capo famiglia (moglie e tre figlie), per sfuggire così a una vita precaria, grama e senza prospettive. Milano mi parve affascinante più di quanto immaginassi, e di tentacolare non ci vedevo niente. Con pochi centesimi i tram ci conducevano in centro: trascorrevamo ore passeggiando sotto i portici, avanti e indietro nella Galleria Vittorio Emanuele, non ci stancavamo di entrare in duomo o di perlustrare il mercatino che stazionava sotto la Loggia dei Mercanti.
Il babbo si era insediato nell'ufficio trasporti, il lavoro gli piaceva moltissimo, diceva che dopo avere sigillato i camion in partenza gli sembrava di vedere le navi mercantili uscire dai porti. Le mie due sorelle più grandi, Elmore ed Emgilla, cominciarono il loro lavoro di sarte, nonostante lo spazio dell'appartamento fosse limitato. Erano assai brave ed estrose. Per un anno avevano frequentato a Parigi il celebre atelier Schiapparelli. Per tutto quel tempo furono ospiti della zia Silla, sorella della mamma, e di Ulderico, il marito, e dei loro cinque figli.
Ulderico, fervente repubblicano, era riuscito a fuggire in Francia prima che la polizia fascista lo arrestasse. In attesa di iscrivermi agli esami cercavo un qualsiasi impiego. Non lo trovavo, cioé c'era sempre, secondo i miei genitori, qualcosa che non andava: o era troppo lontano, o sarei stata la sola impiegata, e ciò non era dignitoso per una ragazza giovane come me, o lo stipendio era troppo misero. Un antiquario mi aveva offerto 150 lire il mese, somma ridicola anche a quei tempi.
Mi accorgevo che la disoccupazione imperava, che i salari e gli stipendi erano stati abbassati, che il fascismo, raccontandoci di essere il nostro salvatore, ci faceva un energico lavaggio del cervello, perché potesse realizzare i suoi sogni di gloria. Come ogni regime dispotico, generava corruzione - trovavi lavoro più facilmente se eri iscritta al partito e se ti esibivi nel saluto con il braccio teso. Abolite, o quasi, le strette di mano. Mi rodevo dall'impazienza. Poi fu fatta l'offerta dal proprietario di trasporti di aiutare mio padre in ufficio. Duecentocinquanta lire mensili. Potevo in tal modo contribuire anch'io al benessere della famiglia.
Tutto andava bene, sembrava un sogno: non sguazzavamo nell'oro, ma nemmeno più nei centesimi. La mamma arrivò a confezionarmi un tallieur celeste completo di baschina e mi regalò anche un cappellino di paglia guarnito di roselline. Era stupendo!
Alcuni mesi dopo, constatata la mole di lavoro che riuscivamo a svolgere, mio padre e io, il padrone decise di lasciarci in appalto il recapito di Milano: più clienti riuscivamo a contattare e a contrattare, più provvigione incassavamo. Stavo diventando, invece di una studiosa e una scrittrice, una donna d'affari. Conoscevo le tariffe di molti spedizionieri in partenza da Milano, e ciò era utile per fare offerte più vantaggiose, progettavo viaggi extra per i camion, decidevo i turni degli autisti.
Avevamo cambiato domicilio. Preso in affitto in corso Concordia un appartamento più grande per dare alle mie sorelle la possibilità di allestire una sartoria e assumere alcune lavoranti, ci sentivamo arrivati. Travolta dal lavoro rimandai i famosi esami all'anno prossimo. Eravamo ormai in società con la spedizioniere di Cesena, avevamo acquistato due camion avveniristici per il trasporto delle merci più delicate. Questi camion recavano scritto il nostro nome: BACCHINI. Ne eravamo orgogliosi.
Saulla Bacchini