Saulla Bacchini (1916 - 2014), giornalista e scrittrice, ha lasciato memorie sulla sua vita. In questo aneddoto ricorda come la sua famiglia si trasferì a Milano. Il padre Gualtiero ferroviere capotreno, socialista, venne licenziato dopo gli scioperi ferroviari del 1921 - 1922. Con moglie e tre figlie a carico la sua vita si fece grama. Per sbarcare il lunario aprì con poca fortuna un emporio in via Tripoli.
L'emporio procurava scarsi guadagni, mio padre che non era abile nel commercio, spesso praticava sconti esagerati a chi sapeva in difficoltà. Inoltre doveva muoversi con circospezione, specialmente quando veniva a Rimini qualche capoccione della Milizia Fascista: era segnalato come nemico del regime e nonostante non si interessasse più di politica, la Questura, quando riceveva ordini dalla polizia segreta fascista, faceva irruzione nel negozio e buttava tutto all'aria alla ricerca di armi e volantini. A volte si portava via il babbo, per rinchiuderlo insieme con altri irriducibili antifascisti nelle prigioni del Castello Malatestiano. Ricordo che la detenzione più lunga la subì quando venne a Rimini Achille Starace, il segretario del partito capo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.
Quell'ometto ridicolo, che io chiamavo cretinissimo del regime, costò a mio padre dieci giorni di detenzione. Ricordo i sacrifici fatti dai miei per i miei studi. Non da me, assetata com'ero di apprendere, ma dai miei genitori per rimediare il danaro necessario per pagare la retta mensile alle Maestre Pie. Tutto sommato davo un giudizio positivo sul bilancio della nostra vita: coerente, alacre, onesta, comprensiva delle sofferenze altrui. Ma a Milano tutto sarebbe cambiato. Non avevo dato gli esami a Rimini, primo perché mi conveniva diplomarmi dove avrei avuto la residenza per ottenere almeno alcune supplenze, secondo perché i miei genitori non riuscivano a rimediare le 332 lire per l'iscrizione agli esami statali (venivo da una scuola privata).
Avevamo venduto tutti gli ori, veramente miserelli, anche la fede matrimoniale della mamma, che sostituì con una di ottone. Rimediammo solo i denari per il viaggio e per le spese dei primi giorni. Fortunatamente avevamo già preso in affitto un piccolo appartamento situato all'angolo di piazzale Libia. Ci aveva pensato il nostro benefattore e, meraviglia delle meraviglie, questo benefattore era il vice federale della Milizia Fascista. Bell'uomo con barbetta nera, alto, grosso (ripensandoci lo paragono all'attore Diego Abatantuono come appariva nel film Mediterraneo), elargiva consigli e proteggeva i più deboli. Si chiamava Laghi, il nome di battesimo non lo ricordo.
Quando seppe della persecuzione a cui era soggetto mio padre rimase sconcertato. Animato da un impeto di bontà, o forse buono lo era davvero, anche i fascisti avevano un cuore, Laghi ci consigliò di tagliare i ponti con Rimini e di andare a vivere in una grande città. Dove? Senza lavoro e senza soldi? obiettò mio padre. Ho un'idea, mi lasci alcuni giorni di tempo!. La settimana dopo venne come sempre a comprare i sigari toscani, che voleva tagliati alla perfezione in due parti. A volte lo servivo io, dividendo i suoi sigari con la piccola ghigliottina, zac, un taglio perfetto.
Mentre procedevo Laghi mi domandò: Non c'è tuo padre?. Il babbo stava rientrando in quel momento da un giro di consegne. Laghi si tolse il fez, cosa rarissima, scoprendo così un inizio di calvizie. E sussurrò: Bacchini buone nuove! Un mio amico di Cesena, proprietario di una azienda di trasporti, cerca per il suo ufficio di Milano una persona fidata. Non segnalerà la tua assunzione in Questura. Ma silenzio con tutti, se lo viene a sapere il partito sono guai per me e per lei. Siamo a Piacenza avvertì il babbo.
Saulla Bacchini