Ariodante Schiavoncini, 1922 - 2013, Riminese figura di rilievo della vita politica cittadina, ha lasciato memorie in cui narra le vicende che, durante la seconda guerra mondiale, portarono lui a sfollare da Rimini, costantemente bombardata e abbandonata in massa dai suoi abitanti, e raggiungere, nei primi mesi del 1944 a Trevignano Udinese, il paese della fidanzata.
Cercato e trovato un lavoro da meccanico di biciclette, nella vicina cittadina di Palmanova, nei quotidiani viaggi di trasferimento per alcuni mesi tutto procedette al meglio. I militi della R.S.I. quando mi fermavano e mi chiedevano saltuariamente i documenti non avevano mai avuto nulla da ridire. Una sera però, al rientro dal lavoro, fui fermato da una pattuglia armata di repubblichini, che mi chiesero perché non fossi sotto le armi, alla risposta che il mio battaglione dopo l'8 settembre del 1943 aveva smobilitato, uno di loro prese a schiaffeggiarmi mentre gli altri tre del gruppo mi deridevano e mi chiamavano traditore e vigliacco, pur fremente di sdegno a stento repressi l'impulso a reagire.
Provvidero poi a ritirarmi i documenti e m'imposero per la mattina seguente di presentarmi al loro comando. La sera stessa, era il 6 giugno 1944, mi diedi alla macchia. Assieme ad altri giovani ci ritrovammo con quello che sarà il nostro comandante partigiano, nome di battaglia Jolli. Era questo una persona straordinaria, che prestava servizio come sergente dei repubblichini di Salò in forza a Palmanova. L'avevo incontrato subito dopo il mio arrivo a Trevignano Udinese e la mia iscrizione come sfollato all'anagrafe del paese.
I nazifascisti avevano imposto ai comuni un servizio d'ordine notturno, eseguito a turno dai giovani abitanti sotto il comando di un loro soldato. Anch'io, essendo diventato residente, sia pure come sfollato, una volta la settimana dovevo fare il mio dovere. Non ho mai capito le ragioni di quelle ronde notturne. A Trevignano Udinese spesso a capo del servizio c'era il repubblichino che sarebbe diventato il comandante Jolli.
I discorsi velati che faceva in continuazione sui partigiani durante le notti di servizio mi facevano sospettare che stesse facendo il doppio gioco, oppure che cercasse di carpire il pensiero dei giovani in servizio per poi denunciarli. Dopo il brutto incidente con i repubblichini a Palmanova ero deciso di non tornare più al lavoro e arruolarmi con i partigiani. Sapendo di rischiare grosso se sbagliavo il mio giudizio, ho parlato con franchezza con lui. Sono stato fortunato: non solo stava facendo da qualche tempo il doppio gioco ma, avendo avuto sentore che i comandanti del suo reparto stavano indagando sul suo comportamento, si preparava alla clandestinità, con la costituzione di un Gruppo Azione Partigiano.
Abbiamo trascorso mesi terribili, sempre in movimento a organizzare sabotaggi, imboscate, a raccogliere armi e viveri, vestiario per i reparti in montagna. Ricercati com'eravamo dai nazifascisti, in continuo pericolo di essere intercettati dalle spie, non potevamo fermarci a lungo in una zona. Io ero in una situazione particolare: capivo il dialetto friulano, ma non lo parlavo. Per dialogare con i friulani dovevo parlare in italiano, e per questa ragione ero facilmente identificabile. Nella maggioranza dei casi si girava in coppia, e se come c'era un friulano, era lui che parlava con i contadini.
Una mattina a Trevignano Udinese, il padre del comandante Jolli fu barbaramente ucciso dai fascisti sulla porta di casa.
La Redazione