UNA DOMENICA AL TIRO A VOLO

Il nostro capofamiglia, da vero romagnolo, non era il tipo da stare fermo a osservare il passeggio, lui doveva agire, una ne pensava e mille ne faceva! Ben presto scoprì il tiro a volo, da noi chiamato per brevità tiro a volo, che nell'immediato dopoguerra era stato costruito nella vicina frazione di Bellariva. Era una costruzione larga, rettangolare, circondata da un muro bianco; la porta d'entrata era poco ampia e una volta dentro ci si trovava in una specie di arena, al centro abbastanza spaziosa e ai lati con lunghe gradinate in legno. Nella zona di fronte al mare c'era una torretta con una finestrella da cui erano lanciati i piccioni, pronti a fuggire via per salvarsi.

Di solito era domenica quando mio papà si alzava da tavola e mi diceva. Preparati andiamo al tiro a volo, domani mangeremo i piccioni!. Mentre pedalava, con me seduta sulla canna della bicicletta, mi raccontava la storia di quello che era considerato uno sport: Cara Paola, tu non lo sai ma in Inghilterra tutti amano sparare. La caccia è sempre stata molto praticata e a lungo andare i poveri uccelli, soprattutto di alcune specie, stavano scomparendo, così pensarono di creare uno sport, in luoghi chiusi, con precise regole, avendo come bersaglio soprattutto i piccioni. La storia di questo posto nella nostra città è legata alla guerra passata, perché è stato costruito dai nostri alleati inglesi che, mentre sorvegliavano un campo di concentramento, sorto qui vicino, di militari nemici prigionieri, si esercitavano e divertivano in questo sport.

Io ero sorpresa ma anche molto dispiaciuta perché mi sembrava crudele voler sparare a quei poveri uccelli. Arrivati al tiro a volo appoggiavamo la bicicletta a un albero e mentre ci avvicinavamo all'entrata capivo che le persone, oltre allo sport, avevano anche un altro motivo per divertirsi, perché mio papà subito allegro diceva: vieni ti faccio vedere quelli che hanno i soldi!. Sgusciavamo sotto le gradinate e giungevamo nella zona dove si facevano le scommesse; si puntava su chi avrebbe centrato il bersaglio. Da sotto le gradinate si potevano vedere mani che stringevano mazzi di soldi di carta, larghi come lenzuoli, e sentire voci più o meno concitate.

Dopo un po' mio padre mi portava indietro e mi lasciava da sola mentre lui andava a contrattare. Io quando sentivo il segnale per lo sparo pregavo che quel povero uccello potesse arrivare fino al mare, ma poco dopo un tonfo sordo sulla spiaggia mi avvertiva che era stato colpito. La contrattazione per comprare i piccioni sparati non durava molto; lo vedevo tornare zigzagando tra quel via vai di cacciatori e scommettitori, mentre teneva in mano un vero e proprio grappolo di uccelli più morti che mai. Andiamo, mi diceva, domani mangeremo piccioni gratis. Cosa aveva intenzione di fare? Li attaccava al manubrio della bicicletta e risalivamo per tornare a casa.

Io sentivo quell'odore caldo, aspro della polvere da sparo che non riesco ancora a dimenticare! Ero dispiaciuta per loro ma contenta per mio padre che quando diceva qualcosa la manteneva. Lui era felice, si sentiva furbo ma, come diceva lui, non tanto come qualcuno di sua conoscenza... che faceva soldi. Per la strada del ritorno le donne che passavano la domenica a osservare i passanti lo conoscevano e gli chiedevano se quei piccioni fossero in vendita. Lui ridendo si fermava, mi toccava il gomito come per dire: te l'avevo detto! Ne slegava uno, due o tre su richiesta, discutevano un po' sul prezzo, incassava e ricominciava a pedalare verso casa, fischiettando, accompagnato dal suono delle monete che gli ballavano in tasca. Solo quando ne erano rimasti quattro, uno per ciascuno di noi, riprendeva a spingere sui pedali più forte e girando verso casa gridava a la mia mamma: Maria siamo arrivati, domani mangeremo piccioni gratis!

Paola Celli