PASSAGGIO ALLA LOTTA ARMATA

Ariodante Schiavoncini (Rimini 1922 - 2013), figura di rilievo nella vita politica cittadina, ha lasciato memorie sul periodo bellico. Poiché dopo il mese di novembre 1943, i bombardamenti alleati sulla città si facevano sempre più incessanti e distruttivi, tanto da indurre la popolazione a sfollare in massa, lui non fu da meno e, dopo diverse peripezie, raggiunse la fidanzata che già con la famiglia si era trasferita in Friuli, a Trevignano Udinese, paese del quale erano originari. La famiglia non solo lo ospitò, ma gli trovò lavoro nella vicina cittadina di Palmanova, presso un meccanico di biciclette.

Per andare a Palmanova usavo una bicicletta da donna, che gentilmente mi era stata prestata dalla contadina proprietaria della casa dove abitavo. Dopo circa dieci giorni, con il permesso del padrone dell'officina, recuperai un vecchio telaio e pezzi di scarto e con questi riuscii a costruirmi una bicicletta. Un mezzo di trasporto che mesi dopo, nel periodo della clandestinità, sarebbe servito alla mia fidanzata per incontrarsi con me. Lavoravo e guadagnavo discretamente. In tempi in cui non si trovavano ricambi, soprattutto copertoni e camere d'aria, avevo imparato a riciclare e riparare qualunque guasto. Una vite, un pezzo di copertone, diventavano utili e quasi preziosi.

Lavoravo e i militari nazifascisti mi lasciavano in pace, e quando alla fine della giornata uscivo dalla porta di Palmanova per andare a casa mi salutavano con cordialità. La guerra sembrava lontana, se ne aveva sentore solamente quando si udiva il rumore di grossi aerei diretti verso nord. Palmanova è una fortezza circondata da terrapieni e bastioni, e per entrare e uscire si passava da porte facilmente controllabili.

Mi ero illuso che questa vita potesse continuare, ma alla fine del mese di maggio 1944 le cose cambiarono. Una sera, uscendo dal paese per andare a casa, sono stato fermato da repubblichini che non avevo mai visto. Il più giovane mi chiese come mai non ero sotto le armi. Alla risposta che il mio reggimento ormai aveva smobilitato, mi diede uno schiaffo, urlando che ero un traditore. Mi ritirò il lasciapassare, invitandomi a riprenderlo il mattino dopo, al loro Comando. Non soddisfatti, gli altri repubblichini mi chiamarono vigliacco, perché non reagivo ai loro insulti e tacevo. Avessero immaginato la rabbia e la determinazione di fargliela pagare che avevo in corpo, non mi avrebbero lasciato andare.

La sera del 2 giugno 1944 salutavo la mia fidanzata e i suoi famigliari e mi davo alla clandestinità, insieme a diversi giovani guidati da un comandante partigiano con il nome di battaglia Jolli. Insieme abbiamo costituito un gruppo G.A.P. al quale abbiamo dato il suo nome. Io come nome di battaglia avevo scelto Aquila. Il fantasioso nomignolo che ogni combattente si dava era una garanzia per il movimento partigiano. Nella maggioranza dei casi non conoscevamo il vero nome dei compagni e, se avevamo la sventura di essere catturati e torturati, metodo usato dai repubblichini, potevamo confessare solo nomi di battaglia.

Ariodante Schiavoncini