IL GARZONE TORNA A CASA

Vincenzo Santolini di Coriano, deceduto nel 2020, già partigiano, con un'esistenza contraddistinta da un costante impegno sociale, raccolse le memorie di un suo amico, Guido Ceccarelli. Qui sono riferite sue vicende, avvenute nell'immediato dopoguerra. Il Ceccarelli, si trovava allora al lavoro presso un'azienda agricola a Cotignola.

La guerra è finita da qualche mese, i partiti e i sindacati cominciavano a funzionare. Fui influenzato da questo nuovo clima, io che vivevo una condizione di lavoro dura, malpagata, precaria e irregolare, iniziai a parlare ai miei padroni con qualche accenno ai diritti dei lavoratori. Alle mie interrogazioni questi mi rispondevano in modo sprezzante, sostenendo che i garzoni erano manodopera di scarso valore. Ogni tanto i Sindacati facevano dei controlli e loro, nella circostanza, mi nascondevano. Quando mi esprimevo con un parere critico sulle condizioni di lavoro cui ero sottoposto, mi tacciavano per un eversivo comunista.

Nella tenuta agricola avevi l'impressione di essere considerato come un servo, la paga da corrispondere era decisa a loro discrezione e le ore di lavoro non erano mai meno di dodici il giorno. I padroni erano quattro e si alternavano con me nel lavoro. Così fino al 1946 quando arrivò la chiamata al servizio militare. La notizia mi contrariò, non avrei mai voluto indossare una divisa. La visita militare la feci al distretto di Forlì, quel giorno quando ne uscii, appena in strada fui investito da un ciclomotore. Tornai a casa zoppicante, la gamba mi faceva male e si era gonfiata. Mi causò la febbre, così mi recai in ospedale. Fui ingessato, portai il gesso per quaranta giorni. Io ero inesperto di tutto, durante i quaranta giorni non presi un soldo, non fui indennizzato né dall'investitore, né dalle autorità militari, né tantomeno dai padroni presso i quali lavoravo come garzone.

Per più di due anni mi richiamarono alla visita medica militare, risultavo sempre rivedibile. Poi i primi di novembre 1948 (avevo ventidue anni) mi arruolarono e partii per Palermo. Il viaggio in treno durò ben trentasei ore, durante il viaggio mi nutrii mangiando solo delle gallette. Arrivato in caserma, feci subito delle amicizie e rimasi lì per un giorno, non mi sentivo bene, per cui mi ricoverarono all'ospedale militare. L'edificio aveva dei grandi cameroni, che ricevevano luce da ampie finestre. Vi rimasi per sette giorni, quindi fui mandato a casa per un mese in convalescenza. Al suo termine fui invitato a presentarmi all'ospedale militare di Bologna per un'altra visita, dopodiché mi diedero altri due mesi di convalescenza. Successivamente dopo un'altra ulteriore visita fui riformato e congedato.

Allora ritornai a fare il garzone nella tenuta agricola di Cotignola. Qui ero rientrato solo da qualche giorno quando, durante i lavori nei campi, accadde un fatto grave. Mentre ferveva l'attività tutto un tratto si sentì un fragoroso scoppio, provocato da un ordigno bellico residuo di guerra, rimasto sepolto e colpito inavvertitamente durante operazioni di sterro. Nell'esplosione rimase gravemente ferito un mio amico di Predolara di Coriano Alfredo Casadei, di anni venticinque, che mi era sempre stato compagno come garzone. Per l'entità delle ferite riportate morì di lì a qualche giorno, il 16 febbraio 1949. Era stato un ragazzo di bell'aspetto, di lui si era invaghita la figlia del padrone (Fausta), poi, erano diventati fidanzati. Ricordo che per il funerale che accompagnò la sua salma al cimitero di Cotignola, dove fu sepolto, fu usata una carrozza trainata da quattro cavalli.

In seguito attraversai un periodo di tristezza, non mi sentivo bene, lavoravo lo stesso ma con grande fatica, giunta la sera mi sentivo spossato, un boccone, e mi accasciavo nel letto. Questa mia condizione la notarono anche i padroni che un giorno, fatti i bagagli, mi accompagnarono alla stazione invitandomi di andare a casa a curarmi e rientrare solo quando fossi stato meglio. Era il dicembre del 1949. Allora presi la decisione di non fare più il garzone, in cinque, sei anni di lavoro non ero mai stato messo in regola né mi avevano versato i contributi della pensione.

Vincenzo Santolini