L'ALBERO DELLA SCALA

Virginio Cupioli (Tonino), 1926 - 2023, già ferroviere con al qualifica di Capo Stazione Superiore, ha lasciato memorie della sua infanzia, vissuta nella zona di Lagomaggio (via Fogazzaro).

Sul greto del fossato, poco distante da casa, noi fanciulli cantavamo e giocavamo liberamente non avvertendo a quei tempi pericoli particolari, ne avevano per altro sentore i nostri genitori. Spesso ci si disperdeva lungo il suo percorso, fra alberi e siepi. Una sera, dopo una di queste scorrerie, rientrato a casa ci si accorse dell'assenza della mia sorellina Stellina, una bimba che aveva allora cinque anni, vane furono le prime ricerche, si era fatto buio. Io, che ero il fratellino più grande, avevo avuto il compito dalla mamma di sorvegliarla, preso però dai giochi mi ero dimenticato di lei. Ricordavo solo che avevamo giocato sull'albero che chiamavamo della scala per la facilità con cui si saliva. Detto albero faceva parte di due file di altri simili che fiancheggiavano il fossato profondo un metro e mezzo circa che conteneva uno strato di acqua, l'albero della scala era pendente in seguito a uno smottamento del terreno durante la sua crescita e sovrastava con il tronco il fosso.

Io credevo che Stellina fosse andata a casa, lo stupore e lo smarrimento mi prese quando la mamma mi rimproverò, con il cuore in gola e disperato ripercorsi senza paura nel buio della sera i luoghi dove avevo in precedenza giocato urlando ripetutamente a gran voce, di posto in posto, Stellina dove sei?, il grido interrompeva il silenzio, finché arrivato vicino all'albero udii il pianto di Stellina, Sono qui rispose la sorellina. La gioia mi colse e le dissi Vengo a prenderti e salii sull'albero. Le dissi Abbracciami, scendiamo lentamente, piano, piano. Stellina aveva voluto imitare i più grandi, era salita da sola e nel frattempo il gruppo di bambini si era allontanato e i suoi richiami non avevano trovato ascolto. Non riusciva a scendere per paura di cadere nel fosso. Giunti a casa i genitori non avevano né la voce né il coraggio di parlare per la forte emozione, le gole secche gli impedivano il rimprovero, però, poi, non lesinarono carezze. Per la contentezza la mamma disse: Av faz la pieda onta (vi faccio la piada unta), una leccornia per quei tempi.

Virginio Cupioli