I TURSEL

Come si sa, la dote consiste nei beni materiali che la famiglia della sposa concedeva allo sposo, all'atto del matrimonio. È un'abitudine che risale all'antichità. Nel corso dei secoli, fino a qualche decennio fa, e in base alle diverse culture, ha assunto significati vari, tra i quali:

Lucrezia Borgia, sorellastra di Cesare e figlia illegittima di Papa Alessandro VI, quando, per ragioni politiche, andò in sposa al Duca Alfonso d'Este, prima del loro matrimonio vi furono lunghe trattative fra le parti, sull'entità della dote da concedere al duca Alfonso da parte del Papa. In alcune culture, esisteva anche la controdote. Si trattava di beni materiali che lo sposo, prima del matrimonio, assegnava alla sposa e dovevano avere lo stesso valore della dote, per garantirla nel caso di una eventuale vedovanza (uno dei primi esempi di parità di genere. Infatti, dati i tempi, i mariti erano spesso in guerra e la mortalità degli stessi non era rara. Lucrezia stessa, con il marito lontano, si trovò a gestire per lungo tempo il ducato Estense e lo fece anche molto bene, ma non fu assegnataria della controdote).

Ovviamente ciò che ho scritto vale solo per la media e soprattutto alta borghesia, il popolo non aveva la possibilità di concedere doti, ma la sposa era comunque considerata un oggetto, spesso di piacere, ed era perciò soggetta alle voglie del marito. Se si fosse ribellata sarebbe stata cacciata dallo stesso, e ciò avrebbe significato disonore, tanto da essere respinta anche dalla famiglia d'origine. La storia ci racconta tanti esempi del genere (purtroppo).

Ho fatto questa lunga premessa per allacciarmi al titolo dello scritto. Infatti fino a qualche decennio fa (in parte anche adesso), anche da noi esisteva la succitata dote, che è poi diventata un'usanza senza altri significati, se non quello di portare con sé, da parte della sposa, il proprio corredo che consiste nella biancheria personale, lenzuola, asciugamani ecc.
Ora, si fanno accordi per ripartirsi le spese del matrimonio, salvo volontari regali da parte dei genitori di entrambi gli sposi e dagli amici della coppia.

E vengo al titolo. I tursel sono dei rotoli di tela di canapa, formati da strisce larghe circa un metro e lunghe secondo necessità. Questa tela viene prodotta al telaio da filo formato dalla canapa stessa, filata e attorcigliata (il filato di canapa serviva anche per produrre cordame). La sua pianta veniva coltivata soprattutto nel ferrarese, ma anche da noi. Si seminava, in alternanza biennale alla semina del grano e dell'erba medica (spagnera) per rigenerare il terreno di coltura.
Poi con l'avvento di tessuti sintetici, se ne ridusse l'uso anche perché la cannabis (che è un prodotto stupefacente) deriva da una sottospecie di canapa.

Qualche decennio fa, dalle nostre parti, l'intero ciclo, dalla semina alla tela avvolta poi in tursel, veniva svolto dai nostri contadini interamente in proprio. Mio nonno Primo (e Guverni) era uno di questi. In autunno si seminava e durante l'estate si provvedeva al raccolto. Le piante così raccolte, alte circa due o tre metri, venivano fatte macerare, per una decina di giorni, in apposite vasche piene d'acqua (in quella di mio nonno, a volte, io e i miei cugini ci facevamo il bagno). Poi, eliminato il fusto, schiacciando la pianta con appositi attrezzi, si pettinava e diveniva una specie di stoppa (quella che anche oggi gli idraulici usano quando non è possibile usare le guarnizioni). Questa poi, durante l'inverno, al caldo delle stalle veniva, dalle donne, filata tramite l'aspo (attrezzo che serviva per attorcigliare i fili) e formarne così delle matasse, riversate poi in gomitoli. Questo filo veniva tessuto in appositi telai e se ne ricavavano dei teli che arrotolati formavano e tursel.

Questi ultimi venivano utilizzati anche come dote da assegnare alla sposa. In campagna, le ragazze da marito se la preparavano in anticipo nell'eventualità sperata di essere chieste in moglie (quest'ultima frase potrebbe far ridere, ma così era). In una camera della casa da contadino di mio nonno esisteva un grande telaio che mia mamma, non avendo provenienze contadine, usò dopo il matrimonio. Ne fece dei teli, larghi circa un metro, che cucendoli tra di loro formò qualche lenzuolo (erano rigide ma calde. Non si strappavano mai) e qualche asciugamano. Questi, li faceva stampare a ruggine nella stamperia Marchi di Santarcangelo (dove usavano il cosiddetto mangano), poi li ricamava a mano. Un paio di questi tursel mia mamma li ha conservati fino a una trentina di anni fa, quando mia moglie ne fece un paio di lenzuola e mio fratello Secondo, facendo il pittore, li utilizzò come tele da dipingere.

Filippo Vannini