Elio Biagini (1923 - 2005) già ferroviere con la qualifica di Capo Treno e Sindaco Revisore al DLF Rimini, lasciò sue memorie sulle vicissitudini che lo coinvolsero da militare durante la seconda guerra mondiale: prima in territorio albanese poi, dopo la cattura da parte dei tedeschi, nel campo di concentramento di Kaisersteinbruch (Austria).
Un mattino il mio nome, assieme a un gruppo di altri prigionieri, era presente in bacheca; tutti noi compresi nell'elenco fummo radunati nel piazzale in attesa di ordini. Arrivò, da lì a poco, un camion con una guardia, ci fecero salire e partimmo. Dopo circa un'ora il camion si fermò, scesero l'autista e la guardia. Il motore dell'automezzo era alimentato da gas che veniva prodotto da caldaia tramite la combustione della legna (durante la guerra gli eserciti italiano e tedesco di questi mezzi ne utilizzavano tanti).
A un tratto mi accorsi che il camion cominciava a muoversi perché il freno a mano aveva allentato la presa. Saltai a terra, entrai nella cabina di guida e tirai il freno a mano e fermai il veicolo che nel frattempo era arrivato sull'orlo della scarpata. Arrivarono la guardia e l'autista con due sacchi di legna e quando mi videro uscire dall'abitacolo cominciarono a urlare credendo che avessi tentato di fuggire.
Sperai di farmi capire con i gesti, frammisti a qualche parola di tedesco e con l'aiuto degli altri prigionieri italiani presenti, si cercò di calmarli spiegando loro il motivo del mio intervento. Finalmente resisi conto della realtà passarono dagli urli e parolacce a toni bonari e di ringraziamento. Dopo non molto si ripartì e si arrivò a destinazione: una specie di fabbrica dove si producevano elmetti per soldati. Entrammo in un magazzino dove lavoravano tante donne polacche, ci fu indicata una catasta di cartoni contenenti gli elmetti che dovemmo caricare su dei camion che si trovavano sul piazzale.
Terminato il lavoro, senza ricevere nulla da mettere sotto i denti, si rientrò al campo dove ci attendeva per pasto la solita brodaglia: detta la giuliana. Da qualche giorno mi ero fatto un amico, il quale finì per chiedermi un favore: prestargli il pastrano che indossavo, era dell'esercito francese, lo avevo causalmente, mesi prima, reperito in un cambio biancheria. Questo gli sarebbe servito per recarsi nelle baracche dove erano internati i prigionieri di quella nazione, dove riteneva di essere accettato più facilmente sotto quella veste.
L'amico commercializzava oggetti che si procurava fra gli italiani: orologi, catenine e tanti altri piccoli oggetti per ottenere in cambio cioccolato, sigarette e generi vari che poi passava a chi si era privato di propri cari ricordi per sopravvivere. I francesi ricevevano un trattamento di favore perché, diversamente dagli italiani traditori, erano considerati prigionieri di guerra. Riguardo al pastrano francese, dopo tante proposte, accettai di cederlo in cambio di una stecca di cioccolato, un pacchetto di sigarette e una pagnotta di pane. Così passato di proprietà il pastrano ne rimediai in sostituzione un altro dell'esercito italiano, in buone condizioni, con i gradi di caporalmaggiore: così feci anche carriera. Vissi così una settimana, con i beni alimentari ricevuti, gustando il cioccolato a quadrettino, fumando buone sigarette e mangiando del buon pane.
Elio Biagini