PICCOLE STORIE DEL GIURASSICO

Nel periodo della mia adolescenza, e oltre, il rapporto con le ragazze era molto diverso dall'attuale. Diverso anche tra chi abitava in città e chi invece, nei paesi o in campagna. Le ragazze non potevano mai uscire di sera da sole, seppur accompagnate dal proprio fidanzato, ma sempre accompagnate da uno di famiglia, che di solito era la madre oppure una sorella. Questa persona era denominata picio. Di giorno invece vi era più libertà. Se una ragazza usciva di casa alla sera con il solo fidanzato, era in qualche modo disonorata, a meno che non fossero nella vicinanza delle nozze.

Questo accadeva maggiormente nei paesi, dove tutti si conoscono. Cosa diversa in città. Andavano di moda le cosiddette feste private che, per ovvi motivi, si tenevano alla domenica pomeriggio. Queste consistevano nell'invitare alcune ragazze in casa di uno di noi ragazzi e ballare accompagnati dalla musica di un grammofono, oppure a volte, accompagnati da una fisarmonica. Si tenevano anche alla sera, ma c'era sempre il problema del picio. Ogni tanto si facevano anche i cosiddetti veglioni, che proseguivano fino al mattino. In questo caso ci si raggruppava in tanti, potendo così affittare per una sera un locale in una colonia e in questo caso accompagnati da un'orchestrina.

Chi aveva la fidanzata veniva con lei (e il picio). Chi invece non era fidanzato, invitava una conoscente che gli andava a genio e alla sera della festa passava a prenderla (sempre accompagnata), con l'automobile. Si dirà: automobile? Sì, è presto detto. Uno di noi (Sergio Neri) che faceva il meccanico, era munito di patente, per cui si poteva noleggiare una macchina con la quale si passava a prenderle, per poi alla fine della festa, riportarle a casa.

Ovviamente non mancavano la ciambella e i biscotti, fatti in casa dalle mamme dei maschi. Naturalmente, le spese erano tutte a carico di noi ragazzi. Capitava che, quando l'accompagnatrice era una ragazzina, con qualche caramella ci si poteva appartare per un po'. Se invece era accompagnata dalla madre, questa stava sempre seduta, vigile senza partecipare alla festa. Ma la serata era lunga, quando si stancava si assopiva, e si spariva in due (come si sa, in una colonia vi sono molti vani!) Andata, due baci appassionati e ritorno in presenza, sotto l'occhio appannato del picio. Us feva di gozz. Non occorreva l'Ogino Knaus, anche se arrivava poi l'estate, ma questa è un'altra storia.

Bene. In quel periodo, insieme ad alcuni amici, avevamo formato un'orchestrina; io suonavo il clarinetto e il sax. Eravamo quattro o cinque e suonavamo nelle balere e quando capitava, anche nei veglioni succitati. Io abitavo a Castellabate, una piccola frazioncina sulla statale adriatica nel comune di Rimini, avevo una ragazza che abitava in città (Carla), quindi come dicevo, con più libertà. Poteva uscire con me anche alla sera. Non si pensi però a strane cose. In quel senso la libertà era comunque limitata. Lei era la sorella del nostro batterista (Riccardo). Una sera ci capitò di suonare in una colonia di Igea. Conobbi una ragazza che mi piaceva e la invitai alla festa che avremmo tenuto noi, allietati da un'altra orchestra il sabato successivo, sempre nella stessa colonia.

Ovviamente Riccardo ne era a conoscenza e mi disse: vai tranquillo, non lo dirò a mia sorella. E venne il giorno della festa, passai a prendere l'invitata accompagnata dalla madre e iniziò la festa. Tutto bene, fino a un certo punto però, quando inattesa, arrivò la mia ragazza. Suo fratello non aveva mantenuto la promessa. Era venuta in taxi da Rimini da sola. Potete immaginarne le conseguenze. Ma la più arrabbiata fu la madre della ragazza che avevo invitato che si ritenne, e giustamente, presa in giro. Malgrado ciò la mia storia continuò con la riminese ancora per un po' di tempo, ma dovetti assoggettarmi ad alcuni ricatti da parte del mio amico Riccardo, professore di clarinetto (con noi, come detto, suonava la batteria). Ha poi suonato il clarinetto nei teatri più importanti d'Italia, compresa la Scala, l'Arena di Verona e il San Carlo Di Napoli. Divenne poi professore di clarinetto al conservatorio Rossini di Pesaro.

P.s. Dovrei vergognarmi per la mia scorrettezza, soprattutto verso la madre, ma avevo circa sedici o diciassette anni e poca testa (anche ora, dopo settanta anni ne ho poca, ma per motivi opposti); ho voluto però raccontarla ugualmente, perché mette in evidenza l'enorme diversità rispetto ai tempi attuali, che forse i giovani non conoscono.

Filippo Vannini