IN COLLEGIO AL PIO FELICE

Il Signor Pietro Foschi, classe 1940, fratello di Silvano, già Sindaco Revisore fino ad anni recenti al DLF di Rimini, ha lasciato memorie, riprese in un libro da Maurizio Matteini Palmerini, dove si narra anche di sue vicissitudini. A Verucchio, nel 1944, il padre Primo rimase vittima di un'atroce rappresaglia tedesca. Il tragico evento non solo lasciò nel doloroso sconforto la famiglia, vedova e quattro figli, ma la privò, o quasi, del sostentamento. La ricaduta, infatti, fu contrassegnata da duri tempi fatti di disagi, privazioni, umiliazioni. Del racconto si è stralciato il periodo di vita più infelice per Pietro, quello trascorso in collegio.

Nel 1946, dopo due anni dalla morte del babbo, la mia mamma mi ha messo in un collegio per orfani di guerra a Bagnacavallo; lei mi ci ha portato con una bicicletta da uomo, seduto sulla canna, con la valigia davanti sul portabagagli, se ci penso mi fa ancora male il sedere. È stato un supplizio stare seduto sul cannone della bicicletta, per un'intera giornata, per i frequenti sobbalzi a causa delle strade ancora dissestate dalla guerra.

Il collegio era gestito dalle suore; erano esigenti, pretendevano e io ero un po' birichino, mi ricordo che mi sgridavano sempre e mi mettevano in castigo, però si mangiava e non picchiavano. Non ci volevo stare, alla fine dell'anno scolastico la mia mamma mi è venuta a prendere, sempre in bicicletta e mi ha portato nell'istituto Pio Felice di Rimini; era sulla via Flaminia, dove adesso c'è il palazzetto dello sport. Il peggio però doveva ancora venire: sono caduto dalla padella alla brace. Chissà perché ai luoghi più tristi e malfamati a quei tempi assegnavano nomi rassicuranti.

Il direttore era un prete ma il collegio era un lager, non ci mettevano nei forni ma ci facevano fare una vita stentata, non c'era neanche il riscaldamento in inverno, col freddo avevamo le mani e i piedi coi geloni, ci davano da mangiare pochissimo, avevamo sempre fame; eravamo circa 200 bambini e, in un'ala del fabbricato, c'erano anche alcune famiglie di senzatetto. Un assistente che chiamavamo il censore, un tipo grosso di corporatura e cattivo; si divertiva a frustarci con il nerbo di bue, trattati proprio come degli animali. Quando ti passava vicino due o tre frustate immancabilmente te le dava. Ne avevamo terrore. Una volta ho raccontato a mia mamma cosa capitava lì dentro e per questo ne ho pagato poi duramente le conseguenze, il censore mi ha dato un sacco di botte e allora non le ho detto più niente.

Ogni tanto la mia mamma mi portava del pane e io lo mettevo in una scatola di metallo chiusa con il lucchetto... delle volte faceva anche la muffa ma lo mangiavo ugualmente. Quando non c'era la scuola ci tenevano fermi in piedi in un grande corridoio al freddo, stavamo ore così. Sul dietro, verso lo stadio Romeo Neri, c'era un grande terrazzo e quando la domenica pomeriggio c'era la partita ci obbligavano a guardarla con dei freddi della miseria: questo mi ha portato all'avversione di questo sport, quando in televisione c'è il calcio cambio canale.

Sono stato lì fino al 1949. Un giorno di giugno si era fermato davanti al cancello un camion con un carico di susine, erano molto mature e parecchie andate a male, forse le portavano in una fabbrica per fare succhi di frutta o la marmellata, ebbene sono salito sul camion e me ne sono fatta una gran scorpacciata. Le conseguenze si sono fatte ben presto sentire: mi è venuta la febbre alta e sono stato messo a letto, l'indigestione mi procurava una gran sete, l'acqua era stata chiusa e bevevo qualche goccia attaccandomi a tutti i rubinetti. Per mia fortuna in quei giorni è venuta a trovarmi mia zia Clelia, che abitava a Rimini in via Lagomaggio; appena mi ha visto si è rivolta al direttore dicendo: Il bambino sta male, sta morendo. Solo allora mi hanno fatto accompagnare all'ospedale da due ragazzi un po' più grandicelli, che mi sorreggevano durante il percorso, uno di questi si chiamava Pinuccio, l'ho incontrato poi molti anni dopo.

Mi riscontrarono la polmonite doppia, pleurite e deperimento organico, il dottor Gabici, diceva: questo bambino non ce la fa. Hanno contattato la mia mamma che mi ha portato 18 uova; me le sono bevute tutte una dietro l'altra. Nella stessa camera dove ero ricoverato, nel letto di fianco, c'era un bambino che aveva il tifo e non mangiava, in sua vece mangiavo tutto io; dopo circa tre/quattro mesi guarito sono tornato a casa, avevo nove anni. Mi soffermo spesso a pensare al periodo trascorso in collegio, perché ha lasciato in me ricordi indelebili e cicatrici che non si sono più rimarginate.

All'interno del Pio Felice, al piano terra, c'era un cortile che ai lati aveva una decina di gabinetti a turca che spesso si tappavano; io e altri bambini, a mani nude, dovevamo togliere gli escrementi per sturare i condotti. Tutti i ragazzi del collegio, nei momenti liberi, dovevano pulire e ordinare le camerate, i materassi erano infestati da cimici e pidocchi; li bruciavamo con una lampada a benzina. Mi ricordo di un bambino che fuggiva spesso dal collegio per raggiungere la famiglia contadina a Pieve di Verucchio, i Marcoin, che sempre lo accoglievano e lo rifocillavano. Ogni volta però era riportato in collegio, come un malfattore, scortato dai carabinieri. Qui era duramente punito, frustato e lasciato senza cibo.

In seguito dopo che ero tornato a casa, ho saputo che il Pio Felice era stato chiuso perché era stata somministrata ai bambini della minestra avvelenata dall'ossido di rame, questo perché era rimasta per giorni nel paiolo.

Pietro Foschi