Il socio Benito Colonna (Toni), ex Macchinista FS, classe 1937, nato e residente nella frazione cittadina di Rivabella, dallo scrigno delle sue memorie ha estratto quella che rappresentò la svolta della sua vita: l'assunzione nelle Ferrovie dello Stato dove avrebbe svolto, poi fino alla pensione, la sua attività lavorativa. Argomento che Toni aveva, almeno in parte, già trattato in un suo libro.
Partii dalla mia terra il 27 settembre 1955 alla volta della città di Torino, dopo avere vinto un concorso nel Genio Ferrovieri. La prospettiva era che dopo la ferma di tre anni l'amministrazione delle Ferrovie dello Stato ci avrebbe assunti. La cosa era risultata alquanto difficile: quarantamila domande per sessantacinque posti. Speranza poca, ma valeva la pena di tentare. Altri prima di me erano stati costretti ad andare a cercare lavoro in località lontane dal paese d'origine. Lavoro qui in zona ce n'era poco, mal remunerato e senza prospettive per il domani.
Quella di entrare in ferrovia era la soluzione che più di ogni altra si confaceva a noi romagnoli, perché ci offriva la possibilità di un futuro trasferimento e ritorno alla nostra terra. Partimmo in tanti durante quegli anni e tutti col pianto nel cuore: i più amici e compagni della scuola professionale industriale. Lontani di casa, ogni qual volta ci si trovava, in preda alla nostalgia, facevamo lunghe chiacchierate nella nostra lingua madre, così facendo ci trasmettevamo un poco di romagnolità, fra lo stupore dei colleghi che non comprendevano una sillaba di ciò che ci dicevamo.
Ritornai a casa per la prima volta in licenza premio, per avere realizzato una pittura sulla mezzaluna sopra la porta d'ingresso alla camerata raffigurante un treno a vapore e un'elettromotrice. Mancavo da casa da sette mesi. A mano a mano che il treno si avvicinava alla mia meta, saliva l'apprensione, mancavano solo una decina di chilometri, aperto il finestrino, respirai quell'aria che già conteneva, lo avvertivo, il profumo salmastro del mare; che mi stimolava forti sensazioni intime. Quegli ultimi chilometri sembrava non finissero mai. Scesi dal treno che già era buio. Con la mia valigetta uscii dal fabbricato della stazione e vidi l'amico Mario, il taxista.
Ci scambiammo i saluti e mi disse: È un pezzo che non ci vediamo, dove ti sei cacciato? Noto che sei in divisa militare, ma hai solo diciotto anni, come mai?. Gli raccontai il perché. Si offrì di condurmi a casa col taxi, naturalmente a gratis. Ringraziandolo rifiutai; volevo camminare, provare sensazioni ed emozioni derivate da quel ritorno che avrebbero di certo giovato al mio stato d'animo. Dovevo percorrere più di due chilometri. Passato il ponte sul Marecchia sarei stato a casa, a Rivabella. Notai subito qualcosa di cambiato nel volto della mia terra: cominciavano a sorgere da quella campagna che avevo lasciato poco tempo prima palazzi e alberghi, strade nuove, illuminazione; erano i primi segni del progresso. Avrei dovuto sentirmi orgoglioso per questo, invece avvertii una stretta al cuore.
Sapevo per certo che nel tempo vi sarebbe stata una trasformazione, ma, mi rendevo conto che ciò mi feriva, era una realtà difficile da accettare. L'impatto era stato forte, ma comprendevo che tutto ciò era inevitabile. La sensazione di disagio e disappunto un poco alla volta scomparvero. Ero consapevole dell'inutilità del rimpianto, anche se a malincuore dovevo accettare la realtà.
Benito Colonna (Toni)