ANSELMO E I CARIOLINI - 1951

Chi è Anselmo lo scoprirete un po' più avanti.
Siamo nel 1951, la guerra è finita da pochi anni e ancora se ne vivono gli strascichi. Rimini è lacerata e distrutta dai violenti e inutili bombardamenti degli anglo-franco-americani. Voragini provocate dalle bombe fiancheggiano ancora le strade. Sembra che le finestre vuote aperte sul cielo retrostante ci guardino con occhi persi. I riminesi cercano di ricostruire e ripartire, per vivere una vita di nuovo accettabile. La miseria è ben presente in molte famiglie, lacerate dai lutti dei nostri soldati caduti e dai tantissimi civili morti per i crudeli bombardamenti terroristici.

Noi bambini viviamo questi anni del dopoguerra cercando di divertirci con ciò che troviamo per le strade. A mio babbo, che è un bravo carpentiere, viene l'idea di costruire un cariolino. Il cariolino consiste in una tavola lunga un metro - un metro e cinquanta, con quattro piccole ruote, che la fanno correre con noi sdraiati sopra. Le quattro piccole ruote sono dei cuscinetti a sfera. Le ruote posteriori sono fisse sotto la tavola, mentre le due ruote anteriori, che sono mobili, sono gestite da un manubrio a corda. Se si tira la corda con la mano sinistra il cariolino svolta a sinistra, se si tira con la mano destra svolta a destra.

Chiaramente il mezzo è da usare su strade lisce, meglio se asfaltate e senza buche, cosa rara in questo periodo. Almeno dove abito io, nella zona di Piazza Tripoli, le strade sono bianche e piene di piscolle quando piove. Per i nostri vecchi, che parlano il dialetto le piscolle sono le pozzanghere. Cosi ci portiamo i cariolini in Piazza Tripoli davanti alla Chiesa dei Salesiani e lì si svolge una gara gioiosa e maschia. Ognuno di noi possiede un cariolino. Non avendo il motore, la velocità è data dalla spinta dell'amico che, poggiate le mani sulla schiena, spinge fino allo sfinimento; il rumore del motore assente è creato artificiosamente da urla e assomiglia a quello delle marmitte dei pochi motori in circolazione... brunnnnn, bronnnnn, etc. Non è un mezzo inquinante!

Le gare si succedono con ritmo veloce e ciò è possibile per lo scarso traffico del tempo. Sulla strada delle Regine passa qualche rara macchina e un filobus, che ogni ora serve la linea Rimini - Riccione. Il divertimento è assicurato e alla fine delle gare siamo tutti sudati, con feritine lacero-contuse nei gomiti, nelle ginocchia e sulle mani... Non ci crederete, ma ancora non è d'obbligo il casco, i guanti, le tute con la gobba di gomma.

La passione per il motore dei Romagnoli cresce in quel momento come gioco tra i bambini sopravissuti alla guerra. A mio babbo serve del materiale per costruire i cariolini. Le tavole, che fungono da pianale sono abbastanza facili da rimediare tra le macerie, ma trovare i cuscinetti è un problema. Il babbo decide di fare il giro dei garage, che hanno ripreso a lavorare, ma non trova molta disponibilità da parte dei meccanici interpellati... fino a che non scoviamo Anselmo.

Anselmo è un reduce di guerra, tornato da poco dal Texas dove è stato tenuto prigioniero nel famigerato campo di Hereford, aperto per punire i prigionieri italiani, che non hanno abiurato l'Idea e hanno deciso di non collaborare con il nemico vincitore. Altri prigionieri italiani, quasi tutti, pur di tornare a casa hanno piegato la schiena in segno di obbedienza ai nuovi padroni.

Anselmo non ha ancora 30 anni ed è tornato a casa dopo un paio d'anni di guerra in Libia e Tunisia e 7 anni di prigionia negli Stati Uniti. La sua casa bombardata non esiste più, la madre è rimasta uccisa dal crollo e il padre già anziano è deceduto di crepacuore. I suoi amici sono passati in massa sull'altra sponda rinnegando subitamente l'idea, che li ha legati e che hanno vissuto nei felici anni della giovinezza.

Alcuni, ora, sono tra i più truci e prevaricatori figuri nella nuova gestione del potere, dimentichi dell'amicizia, che hanno condiviso con Anselmo. Non ha trovato lavoro, ce n'è poco per tutti, ma per lui reduce dal Campo di prigionia di Hereford è ancora più difficile, è marchiato come pecora nera. Così, per sopravvivere, si è creato un lavoro per conto proprio. Ha aperto una piccola officina per riparare motorini e biciclette in via Tripoli, a mare della ferrovia in un seminterrato datogli gratuitamente dalla famiglia Pantani.

Si accede alla piccola officina scendendo un piano inclinato. Una saracinesca malmessa e arrugginita funge da porta. Quando lavora la tiene sollevata e io e i miei amici abbiamo libero accesso. Anselmo è un affabulatore e ci racconta un sacco di storie. È felice che gli facciamo compagnia. Non ha una tuta da lavoro, ma veste un consunto pantalone militare e una canottiera bianca... bianca per modo di dire. Le mani sono sempre unte e nere e a sera, quando smette di lavorare, si lava, sfregando così forte il sapone da levarsi la pelle.

Anselmo ha un'altezza media per quel periodo, i capelli neri corvini ondulati, che ogni tanto gli ricadono sugli occhi e nello spostarli si lascia ditate di unto sulla fronte, occhi scuri. Ha un aspetto giovanile, è sorridente e gioviale, nonostante tutto ciò che ha passato, piace e attira l'attenzione delle ragazze che passano e lo guardavano in tralice. Non è al momento un buon partito, ma è in salute ed è un gran lavoratore.

Nel pomeriggio, dopo aver fatto i compiti, spesso ci si trova nella sua officina. Sediamo su di una panca lungo una parete osservando alcune foto che lo ricordano soldato o prigioniero. Noi lo guardiamo mentre lavora, aspettando che ci racconti una delle sue storie sulla guerra, sull'Africa, sugli Stati Uniti. Perché non dici America? gli chiediamo e lui ci spiega che non possiamo coinvolgere tutti gli abitanti del continente americano nelle tristi faccende dei soli Statunitensi.

È partito giovane, nel 1941, col Gruppo Battaglioni Giovani fascisti, indossando l'uniforme grigioverde della fanteria, li distingue dai militari di leva il copricapo: un Fez nero come quello degli Arditi della prima guerra mondiale. Per la spocchia dei comandanti dell'esercito del Re, i Giovani fascisti, tutti volontari, non ricevettero mai l'elmetto in dotazione ai militari regolari, così dovettero combattere con la sola protezione del Fez fatto di stoffa.

Difese con i suoi Camerati la famosa collina di Bir el Gobi, tra la Libia e l'Egitto, respingendo Indiani e Inglesi, che attaccavano con mezzi corazzati per accerchiare le forze Italo-Tedesche e liberare Tobruk dal nostro assedio. Fu un grande atto di eroismo e fu riconosciuto anche dagli stessi nemici presentatisi in forze e respinti. Poi si ritirò con altre forze Italo-Tedesche fino a passare il confine della Tunisia e dopo altre battaglie si arrese nel maggio del 1943.

Per non avere abiurato la propria idea rinunciò a una breve prigionia e fu punito con una lunga detenzione. I racconti delle sue esperienze civili e militari, raccontateci in maniera non cruenta e spaventevole, ci lasciano a bocca aperta, quei mondi lontani e a noi sconosciuti ci fanno sognare avventure esotiche, nessuno di noi ha mai visto un cammello, un beduino, una palma con i dolci datteri, un africano; la televisione deve ancora arrivare.

Ma ora torniamo ai cariolini: Anselmo frequentando i vari garage è in grado di trovarci i famosi cuscinetti a sfera. Non vuole soldi, ma i nostri genitori, a conoscenza del suo stato non florido, gli portano chi un vasetto di marmellata, chi una ciambella fatta in casa, chi un paio di piade, chi una bottiglia di acquadiccia. La acquadiccia è il vino dei poveri fatto in casa con l'ultima spremitura, ce la fanno bere anche a noi bambini tanto è analcolica.

Grazie ad Anselmo i nostri cariolini ci fanno divertire spensierati in Piazza Tripoli davanti ai Salesiani, dimentichi del triste periodo della guerra. Anselmo ci ha lasciato, anziano, diversi anni fa, dopo aver vissuto una vita intensa e onesta. Ha ottenuto, nel tempo, la concessione di una famosa marca di motociclette, ha fatto i soldi, si è sposato con una bella ragazza ed è diventato padre di tre bambini, una femmina e due maschi. Ogni tanto qualcuno di noi è andato a trovarlo, ricordandogli quelle ore passate insieme sognando mondi a noi sconosciuti.

Gianni Porcellini