Luglio 1969. Milioni di persone in tutto il mondo seguirono in televisione lo sbarco del primo uomo sulla superficie lunare. L'eccezionale avvenimento mi è rimasto per sempre negli occhi e nella mente anche perché avvenne alcuni giorni prima di una vicenda che ricorderò per sempre e che proverò ora a raccontare.
In quel periodo prestavo servizio militare in un Reggimento di fanteria con sede appena fuori Verona. Fui lì assegnato in quanto risultai in sovrannumero alla Marina militare. Una bella fortuna pensai al momento in quanto il servizio di leva risultava essere molto più breve. Tutto il periodo però si rivelò estremamente duro.
Assegnato a una compagnia fucilieri assaltatori con addestramenti e esercitazioni in ogni condizione atmosferica, diurne e notturne, massima disciplina e dure punizioni. Alcune così dette marce di sopravvivenza, allarmi generali, simulazioni che prevedevano la partenza per un ipotetico fronte di guerra in 48 ore. Tutto questo collocato soprattutto nella prima parte del periodo di naia. Negli ultimi mesi numerosi servizi di guardia in posti di grande importanza come, oltre le caserme stesse, polveriere, centri radio, armerie ecc. Periodi di settimane o quindici giorni durante i quali si alternavano ore di servizio a ore di riposo durante tutta la giornata.
Unico sollievo, a dire il vero abbastanza importante, era che essendo queste sedi in genere in collina, se non proprio in montagna, si aveva la possibilità, nel periodo estivo, di godere di temperature gradevoli, mentre nella caserma in città dominava un caldo soffocante. Proprio durante una di queste guardie fui coinvolto in un fatto che per diversi giorni mi tenne enormemente in ansia. Mi trovavo a svolgere un servizio notturno di guardia armata lungo un sentiero che circondava un centro radio posto sulla sommità di una collina. Tutto era circondato da una rete metallica e per buona parte immerso in una boscaglia. L'impegno durava circa un'ora, poi seguivano alcune ore di riposo e così via come detto.
Quella notte era in coppia con me un commilitone torinese di nome Gianni. In genere durante il servizio, specie nelle ore notturne, anche per rimanere ben presenti, si parlava tra noi. Solite cose: la naia che non finisce più, le persone care lontane, il lavoro che verrà, le passioni sportive. Spesso ci si lasciava andare confidando anche cose che magari non avresti mai pensato di raccontare, piccoli personali segreti, oppure solo semplici banalità.
Più o meno era così anche quella sera quando all'improvviso sulla nostra sinistra si sentì un anomalo fruscio proveniente da un una fitta vegetazione, non certo provocato da qualche piccolo animale o volatile. Subito allarmati applicammo tutto quel che era previsto in casi simili. Intimammo il previsto alto là, chi va là? e a seguire la richiesta della parola d'ordine.
Seguì un brevissimo silenzio poi ricominciò il rumore, come l'avvicinarsi di qualcuno. Intimammo un secco fermi o sparo e a seguito sparammo un colpo a testa in aria. Ancora il tramestio sempre più forte e vicino, a quel punto ripetendo ancora l'ordine di fermarsi e sparammo alcuni colpi verso la sua provenienza. Ci fu un istante di silenzio poi il rumore come di qualcuno che fuggiva tra la boscaglia.
Ci guardammo negli occhi impietriti dalla sorpresa e dallo spavento. Rimanemmo in attesa di qualcuno o qualcosa, ma visto che non arrivava nessuno decidemmo di sparare ancora un paio di colpi in aria per richiamare l'attenzione del corpo di guardia. Dopo alcuni minuti vedemmo arrivare sul sentiero il Sergente comandante della Guardia accompagnato da un nostro commilitone. Solito rituale previsto per il riconoscimento poi spiegammo subito cosa era accaduto. Erano ormai le primissime ore del giorno ma di addormentarsi neanche a parlarne.
Alle 7 del mattino giunse da Verona una camionetta con due carabinieri a bordo che ci portarono nella loro caserma per chiederci dettagli sulla vicenda. Finito questo interrogatorio, che si rivelò il primo di tanti altri, ci condussero nella nostra caserma reggimentale dove riferimmo al Capitano comandante della nostra Compagnia. Nei giorni seguenti fummo poi interrogati ancora da due Colonnelli. La nostra tensione era veramente salita alle stelle.
Passammo una decina di giorni consegnati in caserma isolati dai nostri amici, un periodo veramente brutto. Eravamo convinti di esserci attenuti ai regolamenti prescritti in questi casi, ma dubbi e timori ci tennero compagnia. Nel frattempo cominciarono a circolare voci, supposizioni di quel che poteva essere accaduto. Ciò aumentò ancor di più la nostra tensione. La mente immaginava dal ricevimento di un permesso premio, al finire nel carcere di Gaeta!
Ufficialmente nessuno ci disse niente e ci fecero poi ricominciare a poco a poco la nostra vita regolare. Si vociferò comunque che saremmo stati vittime di una ispezione assolutamente non conforme alle regole, forse al solo scopo di metterci in difficoltà con il rischio di pesanti punizioni nel caso non avessimo osservato le disposizioni in merito.
Dopo qualche tempo un altro fatto, non legato alla vicenda raccontata, che mi lasciò molto perplesso. Il capitano comandante della Compagnia mi chiamò a rapporto e senza tanti preamboli mi disse che aveva una mansione per me. Affermò che aveva dovuto allontanare il responsabile dell'armeria e che sarei stato la persona giusta per sostituirlo.
Sorpreso, balbettai che non avevo fatto nessun corso per quella posizione. Rispose che lo sapeva benissimo ma che fino all'arrivo di un nuovo armiere, previsto solo tra alcuni mesi, avrei rivestito io quella figura. Mi spiegò brevemente il da farsi ma al momento di salutarci mi gelò dicendomi: Tu adesso stai lì, ma lo sai che non ci potresti stare e sai benissimo anche il perché. Rimasi impietrito, non ricordo cosa riuscii a bofonchiare. Pensai, questo mi dà un incarico e mi dice che non lo posso eseguire, che storia è questa?
Vista la mia sorpresa il capitano mi raccontò che dalla sede del comando centrale del Reggimento arrivavano ogni tanto richieste di soldati che sapessero parlare un buon italiano, battere a macchina, smistare una telefonata, insomma gestire piccole faccende d'ufficio. Che lui per un paio di volte segnalò il mio nome ma che la risposta fu sempre elemento non idoneo. Incuriosito chiese il perché e gli fu risposto che risultavo essere politicamente non adatto. Queste sue parole risposero così a una mia domanda che mi feci alcuni mesi prima. Perché quel gruppetto di militari che come me venivano dagli esuberi della Marina furono tutti promossi caporale e io no? E vabbè!
Comunque grazie per la fiducia signor Capitano!
Luciano Caldari