Ho iniziato la prima elementare nel 1956 nella scuola elementare di Classe, una frazione di Ravenna che a quei tempi contava poche decine di case. Dopo tanti anni, ripensando a quelli trascorsi a scuola, mi vengono in mente episodi che sono rimasti impressi nella mia mente. Il primo giorno di scuola era d'obbligo presentarsi tutti vestiti uguali, con un grembiule a quadretti bianchi e blu con un fiocco blu per i bambini e grembiule bianco con fiocco rosa per le bambine.
Rimasi colpito appena entrato in classe dai grandi banchi in legno massiccio a due posti, col piano inclinato e in mezzo il foro per il calamaio. Si scriveva con la penna col pennino e in caso di necessità avevamo una carta assorbente per asciugare l'inchiostro. Chi trasgrediva le regole imposte dalla maestra veniva severamente punito e se ci si lamentava coi genitori erano altre rampogne.
Fra le varie maestre che ho avuto alle elementari ricordo quella della terza classe che, per incentivare lo studio nelle varie materie, ci consegnava una rondella di ferro ogni volta che prendevamo un ottimo voto. Alla fine dell'anno scolastico chi aveva ottenuto un discreto numero di rondelle riceveva in regalo un libro. Quindi tutti ci impegnavamo per raggiungere questo obiettivo. L'anno della quarta elementare eravamo rimasti in pochi alunni, motivo per cui siamo stati uniti agli alunni di terza, così la maestra, che ricordo essere originaria dell'Asmara (Eritrea), aveva un compito doppio ovvero seguire entrambe le classi.
Al termine dell'anno scolastico i miei genitori, preoccupati che io avessi ricevuto un'istruzione ridotta, decisero di mandarmi in collegio per ricevere una maggiore istruzione. Dopo il collegio mi iscrissi alla scuola media P. Damiano di Ravenna. Era considerata una scuola molto selettiva in cui venivano bocciati facilmente i ragazzi che avevano avuto una preparazione scadente alle elementari.
Quell'anno in collegio mi fu utile e la preparazione acquisita mi permise di fare i tre anni senza problemi. Le esperienze più stravaganti le ebbi quando frequentai le superiori. Durante il terzo anno dell'istituto tecnico, ci assegnarono una nuova insegnante di matematica, nota a tutti per la sua severità. Si era fatta trasferire dalle classi di specializzazione di chimica a quelle di elettrotecnica, dove per lei la materia era più importante ed essenziale.
Durante le interrogazioni alla lavagna era abituata a trasformare il cognome degli interrogati secondo l'andamento delle risposte date: se diventava un diminutivo il voto era insufficiente, vezzeggiativo voto sufficiente e superlativo voto ottimo. Così al termine dell'interrogazione si sapeva già il voto che avrebbe dato.
Il primo compito in classe consisteva in quattro esercizi da risolvere. L'insegnante, correggendoli, notò che nessuno aveva risolto il quarto esercizio e chiese alla classe se qualcuno aveva provato a risolverlo. Sentendomi sicuro di aver risolto i primi tre esercizi in modo esatto, io dissi che non ero riuscito a trascriverlo in bella copia per mancanza di tempo; allora l'insegnante mi chiese se doveva considerarlo e io acconsentii.
Il giorno della consegna dei compiti eravamo terrorizzati avendo sentito i commenti dei ragazzi che l'avevano avuta negli anni precedenti: anche un solo errore poteva portare all'insufficienza. Si cominciò con un giudizio inclassificabile per errori grossolani, per crescere piano piano fino alla prima sufficienza. In quel momento nel silenzio più assoluto si sentì un sospiro di sollievo generale. Con mia grande sorpresa, la prima sufficienza era un sei con due meno, e riguardava me; chiesi spiegazioni del voto, consapevole di aver risolto i primi tre esercizi perfettamente. L'insegnante mi disse che avevo fatto nel quarto esercizio un errore gravissimo identificandolo come errore dell'orridezza orrenda. In seguito non ebbi problemi con quella professoressa, mi regolai consegnando sempre gli esercizi che ritenevo perfetti.
Come per la professoressa di matematica, anche il professore di Fisica aveva un metodo particolare nel scegliere gli studenti da interrogare. Se vedeva che eri incerto, ti proponeva un voto insufficiente che avresti potuto rimediare all'interrogazione successiva. Se non accettavi il voto, venivi interrogato; chi non era preparato molte volte accettava il voto. Tutti quelli interpellati che chiedevano un voto sufficiente o superiore venivano interrogati per dimostrare che lo meritavano.
Allegata c'è una mia foto di quando andavo a scuola; precisamente correva l'anno 1959 e, come si può notare, i maestosi banchi in legno erano stati sostituiti da banchi in metallo più leggeri.
Marino Masini