In questo suo scritto l'autore Franco Fontemaggi, classe 1930, che trascorse la sua fanciullezza nel sobborgo cittadino della "Castellaccia", rievoca alcuni ricordi di quel tempo.
Da via Ospedale, dove abitavo, per arrivare alla piazzetta Ducale, centro della Castellaccia, la strada era in pendenza. Qui, con la mia combriccola, provavamo i nostri carioli che avevano per ruote quattro cuscinetti a sfere recuperati fra i rottami di un garage. La strada non era sufficientemente in pendenza; volevamo andare sempre più forte. Formammo delle équipe: uno guidava e l'altro spingeva, era come un bob a due.
E noi pensavamo a quei bolidi che avevamo visto passare sul ponte Tiberio nelle famose Mille Miglia. Le loro macchine e i nostri carioli, tenuto conto delle debite proporzioni, andavano alla stessa velocità? Anche noi sbagliavamo una curva e finivamo contro un muro, proprio come loro sul ponte a notte fonda, che invece di inforcare il passo finivano contro le balle di paglia. Un anno fece stupore l'annuncio di una macchina rossa che era piombata da Brescia a Bologna a 112 Km di media oraria... e un giornale fascista dell'epoca si soffermava con enfasi su quanto fosse grande il progresso compiuto nel nome del Duce e della nuova Italia sportiva.
Un evento che tanto fece discutere in città fu la sostituzione dei tram con i filobus: c'era chi non accettava di buon grado vedere sparire quelle carrette scampanellanti come giocattolini e così romantiche con quelle tendine abbassate per proteggere dal sole. Anche a scuola si parlò del fatto e il maestro Succi (scuole Ferrari) interpellò un alunno il cui padre conduceva da tanti anni quei mezzi: Allora, Zanni, raccontaci un po', è stato difficile per tuo padre adattarsi alla guida di questi nuovi mezzi, con quel grosso volante?. Poi il maestro Succi con le due braccia tese in avanti fece alcuni gesti come se avesse fra le mani quello sterzo ed esclamò: Eh sì! Ci deve essere una bella differenza guidare questi carrozzoni al posto di lasciarsi andare sulle rotaie!.
In quegli anni di sanzioni molti erano i surrogati: l'orzo, a esempio, era succedaneo del caffè. Il telefono, in quei tempi, c'era solo nelle case di pochi benestanti o in qualche bottega o studio di professionista, e non saprei dire se nella Castellaccia ne esistesse uno. Di certo non c'era in casa mia. Con la fantasia dei bambini, noi pensammo di fabbricarcene uno con due bicchierini dei gelati, che andammo a cercare dentro i cestini dei rifiuti nei giardini fra il Grand Hotel e il Kursaal (il profumo del gelato mi riempiva la bocca di saliva che trangugiavo), più qualche metro di spago, ed ecco il succedaneo del telefono.
In strada, lo spago teso fra i due bicchierini alternativamente appostati alla bocca e all'orecchio, era tutto un susseguirsi di: Pronto, pronto chi parla? poi, come un'interferenza, la voce di mia madre mi giungeva attraverso la finestra spalancata della cucina; canticchiava una sua canzone preferita: parlami d'amore, Mariù, tutta la mia vita sei tu, gli occhi tuoi belli brillano, fiamme d'amore scintillano, dimmi che illusione non è, dimmi che sei tutta per me, una canzone della commedia musicale Frufrù, Frufrù, che anche io vidi con i miei genitori al Politeama.
Era la prima volta che entravo in una sala da spettacolo: restai incantato per i colori dei costumi, per l'ambiente un po' civettuolo e per le canzoni orecchiabili che all'indomani tutti cantavano o fischiettavano per strada. I posti popolari non erano troppo comodi, una semplice panca senza schienale e, per me che avevo le ossa femorali spolpe, fu una vera tortura restare tutto quel tempo seduto.
Franco Fontemaggi