Il socio Benito Colonna (Toni), classe 1937, pensionato FS, ex macchinista ritorna con i ricordi a quando era di stanza a Torino, alla frequentazione di un luogo ameno che si trovava nei dintorni della città. Sito dove si rifugiava spesso quando era libero dal servizio perché entrava in contatto con una natura ancora incontaminata, dove esercitava la pratica venatoria e la pesca (in questo caso al luccio) ritrovando in quell'ambiente pace e serenità.
Me ne andavo in quel luogo poco salubre, dall'aria umidiccia nella calura dell'estate, per pescare grosse rane, lucci, cavedani e persici sole. Non di rado, dall'acqua spuntava la testa di qualche serpe che nuotava nella mia direzione; niente paura: era sufficiente il gesto della mano e subito deviava il percorso o si immergeva.
In quel mondo che non esiste più, anche da solo mi trovavo a mio agio. A volte, sfuggevole, un cuculo volava in un percorso a zig zag con continue deviazioni fra i rami dei giunchi che sporgevano dalle acque acquitrinose. Sugli alti pioppi potevo scorgere il rincorrersi in volo dei gialli rigogoli e udirne il verso, e non di rado a farmi compagnia era il martellare del picchio a cui facevano coro numerose rane.
Quel giorno particolare,anche se era una giornata piovigginosa e umida, avendo acquistato una corta canna da lancio per la pesca a cucchiaino del luccio, impaziente di cimentarmi in quel genere di pesca, per me completamente nuovo, mi recai in località La Loggia, sul lato destro del fiume. Lasciata l'auto alla cascina Marocco, salutato il proprietario con cui avevo ormai un rapporto di amicizia decennale, m'incamminai verso il luogo di pesca.
Qui trovai altri pescatori che osservai attentamente per vedere come si comportavano nel lanciare il cucchiaino. Dovevo esercitarmi, ma non volevo far notare la mia iniziale incapacità. Pensai bene di andare in un luogo dove sarei stato solo e non soggetto a critiche. Conoscendo bene la zona, dall'argine del fiume mi diressi un poco più avanti dove sapevo esserci, semisommerso, un grosso tronco di pioppo abbattuto tempo addietro durante un temporale, che fungeva da ponte fra la sponda e un isolotto. Camminandovi sopra e aggrappandomi ai rami, raggiunsi l'isoletta sabbiosa, ricca di salici e sterpaglie, dove avrei potuto esercitarmi nella pesca senza essere scorto.
Iniziai qualche prova di lancio e recupero. Ero forse al quarto o quinto lancio quando, con sorpresa, avvertii un arresto e diversi forti strattoni, così mi resi conto che un grosso luccio aveva aggredito l'esca artificiale. Sorpreso e meravigliato, gustando nell'intimo quel momento, iniziai a tirare a più non posso. Io tiravo mentre il luccio agganciato faceva la massima resistenza. Scorgevo il bestione che, cercando la libertà, faceva ribollire rabbiosamente l'acqua. Preso dall'euforia del momento, inesperto com'ero, volevo tirarlo fuori senza attendere che si fosse esaurita la sua resistenza. All'improvviso, con un ultimo forte scossone, il luccio riuscì a sganciarsi e io mi ritrovai a maledire la mia stupidità.
Non mi scoraggiai e ricominciai a lanciare. Era trascorsa quasi una mezz'ora e non avevo avuto più nessuna abboccata. Ormai pensavo di chiudere la giornata di pesca con le pive nel sacco. Scoraggiato, stavo per andarmene quando sentii nuovamente un'abboccata. Tirai con forza: avevo agganciato un pesce che faceva molto meno resistenza del precedente. Con accortezza lo stancai, poi senza difficoltà lo trascinai fuori dell'acqua. Non era certamente un esemplare grosso come il precedente, ma certamente superava i due chilogrammi di peso.
In quel momento provai una grande soddisfazione che culminò quando mi presentai a casa con il luccio e, con orgoglio, lo mostrai a mia moglie Elena e alla mia piccola Loredana. Essendo la preda ancora viva, riempimmo in parte la vasca da bagno sperando che si riprendesse. Iniziò subito a nuotare cercando una via di fuga. Alla fine il luccio finì arrosto: niente male! (La Loggia 1965).
Benito Colonna