Il socio Benito Colonna (Toni), classe 1937, pensionato FS, nativo della frazione di Rivabella dove tutt'ora risiede, con la sua formidabile memoria si sofferma in questa circostanza su una persona che è parte dei ricordi di gioventù.
La povera Gnesa era la moglie di Giarin. Povera per davvero: per guadagnare qualche lira e comperare un poco di pane e ancor meno companatico, passava giornate intere nei campi a raccogliere le erbe commestibili da vendere. Ormai, a forza di stare curva, la schiene le si era ingobbita a tal punto da non riuscire a raddrizzarsi.
Negli ultimi anni della sua vita percorreva le vie di Rivabella trainando un carrettino su cui teneva frutta e verdura. Il guaio è che quei pochi danari che riusciva a racimolare venivano decurtati da Giarin per potersi pagare una bevuta. Povera Gnesa: sola a lavorare per tirare avanti alla belle meglio. Sola a sopportare quel marito irascibile, manesco e ubriaco. Sola a soffrire senza qualcuno che le portasse conforto.
Cara vecchietta, la ricordo con piacere. Ogni qualvolta la incontravo, mi faceva festa come a un figlio. Era tradizione il bacio sulla guancia: mi abbassavo alla sua altezza e lei, passandomi una mano dietro la nuca, mi attirava a se baciandomi con affetto. Mi prestavo volentieri, sapevo di farle piacere: le davo un attimo di sollevo dimostrandole il mio rispetto e affetto.
Una volta allontanatomi da lei però, tiravo fuori il fazzoletto e mi ripulivo dagli sbavacchi che mi lasciava sulla guancia. Lei certamente, sdentata, vecchia e malandata, non si rendeva conto di ciò. Ma io mosso da rispetto come verso a una nonna, per comprensione e pure per compassione, certo di procurarle gioia, non mi sottraevo a questo sconcertante rito.
Fu quasi certamente la mancanza di denti che le costò la vita. Quella sera, si seppe, aveva cenato con seppia e piselli in umido. La seppia è sempre un po' gommosa: gli era rimasta indigesta e non passò. Durante la notte, nonostante la borsa dell'acqua calda e una bevanda quasi bollente, sentendosi venir meno, chiamò la vicina di casa, la Rosina. Si sentiva gonfia da morire. Aiutata riuscì a vomitare in parte. Questo servì a ben poco.
Stava male, molto male. A nulla valsero le attenzioni di chi gli stava accanto. Colta da infarto, se ne andò senza soffrire. Lasciò questo mondo ingrato, per lei pieno solo di tribolazioni. Era la fine del suo calvario.
Benito Colonna