Tutti noi studenti, all'università, eravamo un po' innamorati di lei: giovane, bella, alta, bionda e con gli occhi azzurri, il prototipo della razza tedesca, e sempre disponibile, in special modo con noi che venivamo da un altro paese. Insegnava storia e letteratura tedesca. Fra amici ci ridevamo su, fantasticavamo su di lei e indagavamo sulla sua vita: c'era chi diceva fosse single, chi sosteneva di averla vista mano nella mano con un uomo di mezza età, altri la davano sposata con uno che era sempre in giro per affari.
Aspettavamo con ansia le ore di lezione e ci entusiasmavamo per un non nulla, anche se a dire il vero, lei era gentile e cortese con tutti allo stesso modo. Poi una volta la vidi al bar della facoltà, sola. Mi sedetti al suo tavolino, mi presentai e scambiammo qualche parola, niente di speciale. Le dissi che ero italiano ed ero lì per lavoro e per potere studiare in quella università, perché in Italia non avevo avuto possibilità.
Un'altra volta la incontrai in un locale. Feci di tutto per farmi notare, lei era con delle colleghe, niente fidanzati in giro ed era più sciolta e simpatica di come appariva in aula. Bevemmo qualcosa, poi quando vidi che stava per uscire, feci in modo di seguirla e ci trovammo per strada. Ciao mi disse vuoi un passaggio? Non aspettavo altro! Quando fermò la macchina per farmi scendere, nel salutarla le diedi un bacio, lei ricambiò, anche se lo sguardo era un po' stupito e severo.
Anni dopo rimasi senza fiato nel vederla scendere dal treno EC proveniente da Monaco (io ero lì in trasferta quale capo stazione, per la mia buona conoscenza della lingua, grazie proprio a lei). Venni a sapere che era a Bolzano per un convegno al Palafiera, sulla normale e civile connivenza fra gruppi etnici. Lei era la relatrice. Feci tutto per andarci, cambiai turno con un collega, ed eccomi ancora una volta a pendere dalle sue labbra. Era bella come un tempo. Ero seduto in seconda fila in mezzo a tanta gente e cercavo di intercettare il suo sguardo, ma lei sembrava guardasse tutti e nessuno.
Quando il convegno finì, mi avvicinai al tavolo dove lei stava riordinando gli appunti. Alzò la testa, io sfoderai un sorriso e dissi: buongiorno professoressa mi guardò un attimo, rispose al saluto e al sorriso e tornò a riempire la cartella dei fogli. Non mi aveva riconosciuto! Restai fermo ancora, in attesa, poi qualcuno mi chiamò e mi allontanai con la sensazione un po' triste di doverla dimenticare per sempre.
Pompilio Parzanese