TRADOTTA MILITARE

Il socio Alfredo Arcangeli, pensionato classe 1935, già Capo Stazione Sovrintendente, ricorda un episodio accadutogli durante lo svolgimento del servizio. Il fatto che sto per raccontare è avvenuto 38 anni fa.

Capo Stazione a Savignano sul Rubicone, mi accingevo a prendere servizio notturno. Era una giornata uggiosa di fine di Novembre, fredda con nebbia fittissima, tipica del tardo autunno. Per recarmi sul posto di lavoro era necessario passare per l'unica sala d'attesa dove notai, seduti vicini alla stufa a legna, due anziani che al solo vederli si capiva che erano marito e moglie e, per l'aspetto segnato dalle fatiche, che fossero di origine contadine. Li salutai e mi recai al lavoro. Alle 22.30 passava l'ultimo treno con fermata a Savignano e fino alle 3 non ve ne erano altri. Vedendo quegli anziani ancora seduti, mi sentii in dovere di chiedere chiarimenti circa la loro sosta. Subito mi risposero, un po' in dialetto e un po' in italiano, che aspettavano il passaggio di una tradotta militare proveniente dalla Puglia e diretta a Pordenone, che doveva passare verso le 23 e che fra i tanti militari vi era anche il loro figlio.

La donna mise una mano sotto il lembo della lunga gonna nera e tirò fuori una legaccia fatta con un vecchio burazzo nero, legato annodando i lembi fra loro. Mi disse sorridendo: Apritela! Vede signor Capo, gli ho portato 3 piade, 5 uova sode, un pezzo di formaggio e un salame. Aggiunse: Se potessimo vederlo e dargli queste cose saremmo le persone più felici del mondo. Andai in ufficio e controllai l'effettivo passaggio del treno, verificando che il suo orario era previsto per le 0.48 e a Savignano transitava senza fermata.

Misi al corrente quegli anziani genitori, invitandoli a desistere. La donna si mise a piangere e anche il marito addolorato stava per piangere. Fra le lacrime mi dissero che avevano fatto circa 4 chilometri a piedi e che avrebbero comunque atteso il passaggio del treno. Devo confessare che anch'io ero commosso e non sapendo cos'altro fare diedi disposizioni all'ausiliario di non spegnere la stufa ma di aggiungere legna per dare loro almeno un po' di caldo. Verso la mezzanotte chiamai i colleghi di Rimini chiedendo notizie del treno. La risposta fu raggelante: il treno aveva più di due ore di ritardo. Misi al corrente gli anziani del ritardo.

Seduti assonnati vicino alla stufa mi dissero: Tanto ormai siamo qui ed aspettiamo. Questo nostro figlio è la nostra vita e non vederlo da più di sei mesi è troppo per noi. I sentimenti, la bontà e l'umiltà di queste persone mi fecero capire quanto grande è l'amore che si prova fra persone care. Allora mi balenò un'idea: E se avessi fermato il treno? Chiamai il collega di Rimini mettendolo al corrente del mio intendimento, pregandolo di intercedere presso il Capo Treno per non avere rogne. La risposta fu purtroppo negativa, con l'aggiunta che se avessi fermato indebitamente il convoglio avrebbe fatto rapporto.

Nonostante questo rischio, avevo ormai deciso: il treno si sarebbe fermato! Dopo lunga attesa, all'approssimarsi del treno, li avvisai dell'arrivo. Il convoglio entrò in stazione lentamente, creando una scena surreale: la nebbia densa più che mai, il fumo che usciva dal carro riscaldatore e dalle vecchie vetture di legno, i militari ai finestrini. I genitori andavano avanti e indietro chiamando: Marien, Marien. Ecco che una voce verso coda rispondeva: mà, bà, a so i que. L'incontro avvenne, ma non capii ciò che si erano detti. Vidi però che la mamma alzava la Pzaza verso il figlio allungato dal finestrino, che la prese. Allora aprii il segnale al treno che riprese la sua marcia.

Quei due bravi, anziani e umili genitori avevano ottenuto ciò che desideravano. Mi abbracciarono e mi baciarono. Tutti i nostri visi compresi quelli dell'ausiliario erano umidi, non si sa se per la nebbia, per il vapore del treno o per le lacrime. La donna mi stringeva le mani e in dialetto mi disse: a pregherò e Signor per lo e per la su fameia. Alla fine pensai che quello che avevo fatto era poca cosa in confronto alla felicità che provavo.

Per il disservizio provocato dall'indebita fermata del treno non ho avuto conseguenze. Forse le preghiere sono servite.

Alfredo Arcangeli