Il socio Daniele Celli prosegue il racconto sulla ricerca storica relativa a una sciagura aerea avvenuta a Gabicce, nel lontano 1943, che interessò un aereo da carico tedesco ME 323.
Il 16 dicembre del 2012 mi sono incontrato con Baldelli, per fare un giro nella zona dove si era schiantato il velivolo, tra Vallugola e Casteldimezzo. Non potevo escludere dal sopralluogo i collaboratori Fabbri e Palmetti. Fabbri è stato molto contento di poter partecipare soprattutto perché ero riuscito, dopo tanto tempo, a trovare riscontri a quanto mi aveva raccontato.
Da Gabicce paese ci siamo diretti verso Pesaro seguendo la strada che passa sulla collina di Gabicce. Oltrepassato il bivio per Vallugola, a circa un chilometro da Casteldimezzo ci siamo fermati ai bordi della strada, poi a piedi abbiamo raggiunto la curva appena superata la quale si godeva una vista panoramica spettacolare. Guardando verso nord, grazie alle buone condizioni meteorologiche, si poteva osservare tutta la costa adriatica sino oltre Ravenna e il porto di Vallugola. Ai piedi della collina, verso sud si vedeva il piccolo paese di Casteldimezzo, attorniato dalla macchia del Parco di San Bartolo.
La curva cingeva la sommità della collina di Gabicce, che rispetto alla quota stradale, in quel punto saliva ancora di quota di una decina di metri circa. L'aereo aveva impattato proprio in quel punto, denominato sulla cartografia regionale la Montagnola, quota 196 metri slm, poi aveva oltrepassato la strada scivolando giù per il declivio, per terminare la sua corsa ai piedi della collina. Durante il sopralluogo Bruno Baldelli, classe 1926, mi ha raccontato quello che era successo quel giorno:
Sono nato a Casteldimezzo nel 1926 e qui abitavo durante la guerra. Un giorno di nebbia molto fitta, potevano essere le 9/9.30 del mattino, in paese abbiamo sentito un gran botto verso Vallugola. Con un gruppo di paesani siamo corsi a vedere cosa era successo.
A circa un chilometro dal paese, abbiamo visto ai piedi della collina un grosso aereo che bruciava. Tra le fiamme si vedevano ancora alcuni uomini che si muovevano. Ricordo che qualcuno ha detto che bisognava andarli ad aiutare, ma cosa potevamo fare? Chi si avvicinava a quell'inferno? Tra la gente si diceva che l'aereo avesse quattro motori, altri dicevano sei. Sembrava che l'aereo trasportasse dei motori e che a bordo vi fossero tredici persone, tutte morte nell'incidente.
Questo fatto deve essere avvenuto tra ottobre e novembre, ma non saprei dire in che anno, sicuramente era inverno. In quel periodo io e altri cinque miei compaesani lavoravamo nella Todt, alla costruzione di un fortino scavato nella collina, vicino al cimitero di Casteldimezzo. Oltre a me c'erano Enrico Vimini, che aveva la casa lì vicino, Dino Druda e non ricordo il nome degli altri. Di quel gruppo ormai sono rimasto solo io. Il lavoro consisteva nello scavare una camera centrale, delle dimensioni di metri 4x5 alta 2,5, da cui si dipartivano tre gallerie, una rivolta verso il mare, una verso la Siligata e una verso Gradara. La stanza centrale avrebbe dovuto contenere un cannone da orientare a seconda dell'esigenza verso le tre direzioni delle galleria.
Eravamo alle dipendenze di un gruppo di cinque militari tedeschi comandati da un sergente che si chiamava Walter ed era una persona veramente per bene. Ho un ottimo ricordo di lui. Il cannone non è mai stato portato nel fortino, sebbene abbiamo lavorato sino a qualche giorno prima del passaggio del fronte. I tedeschi ne avevano uno molto grosso su ferrovia, lo tenevano nascosto nella galleria sotto Casteldimezzo. Dicevano che doveva essere un 381 mm. Io non l'ho mai visto, né mi sono mai avvicinato a quella zona, però posso dire di averlo sentito sparare e faceva un rumore veramente forte. Ha sparato poco, tirava una botta poi rientrava in galleria.
Quando i tedeschi si sono ritirati hanno fatto saltare la ferrovia e pure il faro navale di Casteldimezzo, una struttura veramente bella. Lo ricordo bene perché abbiamo portato noi le sei mine per demolirlo. Non è più stato ricostruito. Dalla zona dove stavamo lavorando, sulla parte alta della collina, si vedeva un ampio panorama.
I tedeschi avevano piazzato un grande cannocchiale per controllare sul mare l'arrivo delle navi. Walter, il sergente tedesco, qualche volta ha fatto guardare anche me. Nella casa di Enrico Vimini, i tedeschi avevano posizionato una radio alla quale erano sempre addetti due militari. Loro sapevano in anticipo quando arrivavano le formazioni di bombardieri o le navi alleate per bombardare e ci avvertivano. A volte mi è capitato di vedere le navi alleate, erano tre o quattro di grosse dimensioni. Tra la gente si diceva che erano venute nella zona per colpire il deposito di munizioni in zona Monteluro, ma non l'hanno mai colpito. Io non ho mai saputo dove fosse.
Una checca (aereo da ricognizione) volava sul terreno da colpire e dava le indicazioni alle navi su dove dirigere il tiro. I proiettili ci passavano sulla testa producendo uno strano sibilo. Uno di quei colpi, che doveva essere difettoso, aveva colpito una casa del posto passando attraverso i muri senza esplodere.
Walter una volta mi ha tolto dai guai. Una mattina sono stato catturato da un tedesco sulla statale Pesaro - Rimini. Avrei dovuto accompagnare una mandria di bestiame diretto al Nord. Gli ho mostrato il papir, i documenti che provavano che stavo lavorando per la Todt. No papir, tu venire e mi ha obbligato a seguirlo. Walter o ha assistito alla scena oppure è stato avvertito da qualcuno, comunque sia andata, è sceso dalla collina e mi ha raggiunto.
A quel soldato gliene ha dette di tutti i colori, ma così tante da farlo nero e per fortuna mi ha tolto dall'impaccio. Chissà dove sarei finito. Walter con i suoi uomini è rimasto in zona sino a qualche giorno prima dell'arrivo degli alleati, ci ha salutato cordialmente e da quella volta non ci siamo più visti. Chissà che fine avrà fatto?
Daniele Celli