Il club delle vedove e dei cicatielli della chiesa madre di Montecalvo Irpino era un piccolo angolo tiepido di rimpianti e di acciacchi del cuore in un paesello sperduto dell'alta Irpinia, dove i terremoti sono di casa. Angela, Vittoria, Filomena e Genoveffa, tutte vedove, avevano formato un gruppo molto affiatato, di quelli che in ogni chiesa, di qualunque confessione, servono a mandare avanti l'organizzazione e a occuparsi di piccole opere di bene.
Ciascuna aveva la propria specialità: Angela e Chiara erano cuoche, e nella cucinetta della sacrestia preparavano grandi pentoloni di cicatielli, per le famiglie senzatetto, sfollati dei vari terremoti. Vittoria era infermiera, provvedeva alla prima linea di difesa e assistenza per i poveri non mutuati. Filomena, un tempo avvocato, organizzava la raccolta di indumenti e oggetti utili. Genoveffa era la regina delle manutenzioni. Ma tutte erano bravissime a preparare i cicatielli con un sugo buono da morire.
Nessuna di loro aveva problemi finanziari perché avevano una situazione personale molto simile: tutte avevano sposato funzionari pubblici, uomini molto più anziani di loro e non avevano figli. Alla morte dei loro mariti, tutte avevano ottenuto una buona eredità e usufruivano di una lauta pensione di reversibilità. Dunque oltre a occuparsi di tutto, sovente contribuivano alle devastate casse della chiesa con donazioni e offerte al parroco, che ovviamente le venerava.
La loro leader era Vittoria, l'infermiera che sia per carattere che per esperienza professionale aveva il soprannome di dottoressa, fin da quando anni prima, le cinque donne si erano conosciute nello studio del dottore del paese, dove lei fungeva da infermiera e le altre erano pazienti. Erano diventate amiche prima di diventare vedove e quando, una dopo l'altra, nel giro di poco tempo avevano perduto tutte il marito, la loro amicizia era diventata un sodalizio prima e socie dei cicatielli poi.
Per questo sembrò a tutte particolarmente crudele e ingiusto che proprio Vittoria (la dottoressa) dovesse essere la prima a morire, ma il destino si sa è così. Vittoria ebbe un attacco di cuore il giorno dopo il suo ottantesimo compleanno e quando capì, lei prima dei medici, che era suonata la sua ora, chiese di vedere il parroco e confessarsi nella stanza dove era ricoverata in ospedale. Morì pochi minuti dopo aver confessato i suoi peccati e per poco, non ci rimaneva secco anche il parroco.
Il sacerdote della loro parrocchia, che era entrato nella camera convinto di ascoltare e assolvere i soliti peccatucci di una vecchietta, aveva ascoltato una storia un po' diversa. Le donne erano sì tutte vedove, ma per mano di un destino avverso ai quei pori uomini. Ciascuna di loro, per varie ragioni di infedeltà coniugale aveva teneramente e saporitamente ammazzato il rispettivo marito, utilizzando i consigli e i prodotti che l'esperta infermiera aveva procurato.
Li avevano avvelenati lentamente, con dosi di veleno mescolato al sugo dei cicatielli che i mariti divoravano golosamente, facendo anche la scarpetta. Talmente brava e professionale era stata l'infermiera, che nessuno aveva mai sospetto nulla alla morte di quegli uomini, avvenuta in circostanze diverse, in momenti diversi, in famiglie diverse, ma con lo stesso banale decorso: settimane di vaghi malesseri generali, difficoltà cardiache non inconsueti in uomini anziani e poi, letale l'infarto.
Il parroco non poteva rivelare il segreto ascoltato in confessione, ma poteva, come uomo e amico, affrontare fuori dal sacramento le altre quattro signore. Infatti le riunì nel suo ufficio e cominciò a raccontare che Vittoria, sul letto di morte, gli aveva confessato un segreto che forse anche loro avrebbero voluto confessare. Lo fermarono subito.
Parlò per tutte Filomena, l'avvocato e la più anziana con i suoi 85 anni. Disse che ormai erano passati troppi anni da quei delitti, che nessun procuratore sarebbe andato a riesumare i resti di quegli uomini sulla base delle parole di una vecchia signora in confessione. Gli proposero un patto. Avrebbero sciolto da subito la società dei cicatielli, avrebbero donato tutti i loro averi a una casa di risposo per anziani indicata dal parroco e si sarebbero ritirate in un convento per anziane suore a pregare. Il parroco mormorò una preghiera e annuì assolvendo tutte dai loro peccati.
Pompilio Parzanese