Il socio Virginio Cupioli (Tonino), classe 1926, pensionato FS, ricorda aspetti di vita della sua gioventù, soffermandosi sulla tradizione dei falò accesi in occasione della festa di San Giuseppe. Tradizione che coinvolgeva tutti i quartieri cittadini.
La fogaraccia era un avvenimento atteso da tutti, una tradizione che trova probabilmente origine nei fuochi di primavera dell'antichità. Era abitudine, avvicinandosi la festa di San Giuseppe, preparare una catasta di legno e altro materiale, per bruciarla in un grande fuoco la sera della vigilia.
Ricordo che in un'occasione, mancando la materia prima: il legname, i ragazzi del vicinato, non volendo rinunciare all'usanza, decisero e organizzarono una spedizione nel bosco di Turigien. Due ragazzi più grandi provvedevano a tagliare gli arbusti, altri trascinavano i rami fino al luogo della fogaraccia, altri ancora preparavano la catasta. Risultò un lavoro rapido e veloce, a catena di montaggio. Decimarono mezzo bosco! Turigien, accortosene troppo tardi, inveì con improperi, ma dovette rassegnarsi non potendo riprendersi i rami già accatastati.
Dopo il tramonto, al momento dell'accensione, grande allegria dei presenti. I ragazzi si sfogavano con botti fatti con pastiglie di potassio miste a zolfo. La grande fiammata era circondata da tante persone che sostavano fino alla completa estinzione del fuoco. Quando stava per diventare cenere, in segno di coraggio, qualcuno saltava il focolaio.
La sera delle fogaracce che divampavano innumerevoli, l'aria si affumicava. Un odore acre penetrava nelle narici e durava fino al giorno successivo. Fra rioni e località si sviluppava la competizione su quale fosse quella con la lingua di fuoco più alta, e il proponimento di superarla l'anno successivo.
I farmacisti negavano l'acquisto del potassio ai minori che tuttavia se lo procuravano attraverso le scorte di casa, essendo un medicinale molto usato.
Provocavano botti mettendo la miscela tra due sassi spianati, colpiti con una forte pedata, i ciottoli potevano saltare via e investire i presenti troppo vicini procurando danni fisici. Una pratica più pericolosa consisteva nell'inserire la polvere fra due bulloni che, compressa da un dado e gettati con violenza contro un muro, poteva scoppiare in mano, come successe a un mio coetaneo; oppure si poteva essere colpiti dai bulloni che schizzavano in tutte le direzioni.
Virginio Cupioli