Il socio Vinicio Vergoni, classe 1926, ripercorre episodi di gioventù: quella stagione della vita considerata l'età più bella, che ogni anziano ricorda spesso con nostalgia e rimpianto.
Un senso di disagio di cui non si coglie un punto di riferimento certo, una visione di un accaduto o che stia per accadere. Un disagio anche dolce su cui il pensiero si adagiava ma sempre latente anche se non compiuto. Una sottile lama che reca dolore ma che può avvicinarsi e pungerti il cuore. Un presagio che lo rendeva incerto e percepito come un lieve fastidio. Così si sentiva lui giovanissimo, appena l'età purtroppo anticipata, che lascia l'adolescenza. Tutto cominciò con il gioco presso un bar abbastanza vicino e che era detto il Bar della Suburra. Sveglio imparò presto tutti gli ammiccamenti e la malizia del vivere ai bordi della linea fatale. Furbo e ingenuo insieme cresciuto nei momenti della patria imperiale, delle divise aveva vissuto una doppia decable e non amava i liberatori che avevano distrutto la sua città.Le femmine della casa non gli erano estranee, anzi, la prima che si era di lui impadronita gli era apparsa come una vittima di un destino rotolatole addosso da chi le stava attorno e che lei ancora amava. Non era un ingenuo, per le storie inventate aveva il sesto senso ma era curioso e penetrante; riusciva, attraverso le domande, ad arrivare a una parziale conoscenza, sufficiente per portarsi socraticamente alla logica, (almeno con quella, certo non con tutte anche se le conosceva e lo chiamavano il cino). Era riuscito a entrare nella casa non avendone l'età con la complicità d'un abitué, squinternato e ruffiano.
Quel modo d'essere, se pur celato ai più, durava da tempo ma frequentando una famiglia dove ero stato accolto con semplicità e amabilità s'accorse di un solco segnato e sentì il disagio della sua ambiguità.
Quella sera quando la compagnia si accordò per la festa lui la portò con se. Lei, sorella di un compagno di scuola, giovanissima sulla bici su un tratto non proprio breve sulle strade sconvolte, non ancora riassestate. Teneva le mani al centro del manubrio, lei, più volte si girò sorridendogli. Un sorriso ingenuo e carezzevole, generoso e gentile come di un uccellino che desiderava lasciare il nido e volare.
Per giorni e giorni portò con se quella sensazione struggente; anche sua madre lo sentiva diverso seppure taciturno, sembrava avesse più voglia di confidenza e a tratti, mai prima, chiedeva di piccole cose e parlava a lungo per ripiombare poi nel silenzio assoluto. Usciva e tornava a notte fonda. Il senso di disagio si era fatto forte per una vita avviata piuttosto ai vizi che alle virtù.
Vinicio Vergoni