Il socio Luciano Casalboni, classe 1948, ex ferroviere, ricordando il padre Leo, ne esalta la figura per i saldi principi morali dimostrati in ogni occasione.
Un eroe diventa tale perché reagisce agli oltraggi, ai soprusi e alle ingiustizie. Le sue azioni sono dettate dall'impulso. Non serve una guerra, basta qualsiasi fatto nei confronti del quale la coscienza dell'individuo suggerisce d'intervenire.
Anche a guerra partigiana terminata Leo è stato protagonista. Una volta sentendo urlare una donna che era stata aggredita nella sua casa, intervenne. Si trattava di un ladro che, scoperto sul fatto, cercò di zittire la signora. Leo riuscì a catturarlo, a renderlo inoffensivo e a consegnarlo ai carabinieri.
In un'altra occasione bloccò un cavallo imbizzarrito che era sfuggito a un vetturino. Il cavallo correva per le strade cittadine spaventando i passanti, Leo, che aveva un poco di dimestichezza, incurante della propria incolumità gli si parò davanti agitando le braccia facendolo impennare e una volta afferrate le briglie riuscì a renderlo mansueto.
Un'altra volta era scoppiata una gigantesca rissa tra due clan di contadini che, per motivi d'interesse legati ai confini, avevano scatenato una vera faida. La rissa ebbe luogo nell'aia di un casolare appartenente a uno dei contendenti e vi partecipavano tutti i componenti delle due famiglie, uomini, donne, bambini, vecchi, in tutto una quarantina di persone che le forze dell'ordine separavano.
Questi si allontanavano e, fingendo di essersi chetati, una volta liberi rientravano sul luogo per continuare le ostilità. Leo si offrì a dar man forte a carabinieri e poliziotti suggerendo un tattica.
Si divise i due gruppi di contendenti, uno dei quali venne rinchiuso dentro una stanza cieca della casa, mentre l'altro nella stalla. Iniziarono separando i più pericolosi armati di bastoni e attrezzi da contadino con i quali si fronteggiavano e lasciarono per ultime le due gigantesche matrone.
Ognuna di loro pesava più di un quintale, con una mano tenevano stretti i capelli dell'avversaria e con l'altra sferravano ogni sorta di colpo. Sganassoni, cazzotti, gomitate, calci, graffi. Ci vollero sei uomini, tre per parte, per tenerle ferme mentre un settimo per neutralizzarle dovette tagliarne i capelli che rimasero come un trofeo nelle mani di ognuna.
Nel compartimento dell'eroe non vi è obbligo di farsi avanti per primo per proteggere gli altri o di sacrificarsi a tutti i costi. Vi è invece la consapevolezza di rispondere a ogni problematica nell'intento di risolverla nel miglior modo con il minor danno, ed è perciò che merita il rispetto e la stima del prossimo.
Luciano Casalboni