UN MONDO PERDUTO

Il socio Benito Colonna, classe 1937, ci ricorda con rimpianto gli anni belli della sua giovinezza trascorsi nella natia frazione di Rimini (Rivabella).

L'allodola ferma nell'azzurro del cielo gorgheggia la sua eterna canzone. Sdraiato sull'erba tenera assaporo il profumo della primavera. Nell'aria tiepida rondini sfiorano l'ondeggiante verde mare di grano e vanno veloci per lidi lontani. Penso a quel mondo perduto che non rivedrò mai più.

Sono pochi i decenni trascorsi, ma troppo in fretta la mano dell'uomo ha distrutto e cambiato quel mondo così bello e caro al mio cuore. A poco a poco, senza accorgermene, senza traumi, anche io mi sono trovato su questa sponda e ogni volta che mi viene da pensare a quando ero ragazzo un sordo dolore mi prende al petto. Il mondo non è più quello: i suoni, i colori, gli odori, i cibi e soprattutto i sentimenti della gente. Ci si accontentava di cibi semplici, si apprezzavano le poche cose che si possedeva.

Abitavamo in una piccola casetta con due stanze da letto e cucina al centro: mio padre, la mamma, la nonna e due fratelli minori. Case così non ne esistono più. Durante l'inverno l'umidità scendendo lungo i muri, spesso gelava formando una leggera lastra di ghiaccio. Unico riscaldamento in cucina era la stufa a legna che nelle giornate ventose faceva più fumo che caldo.

Alla sera, prima di coricarci, la mamma metteva nel letto il prete e la suora con la brace prelevata dalla stufa. L'umidità che si sprigionava dal letto era ben visibile e le lenzuola, anche se calde, erano sempre umide. Di rado si accendeva il focolare.

Ricordo con nostalgia quando nel paiolo sopra il fuoco scoppiettante la mamma rimestava la polenta e noi ragazzi stavamo tutti attorno in trepida attesa di poterla gustare in saporiti piatti diversi di volta in volta. La festa più grande era il Natale. La sera della vigilia, prima di recarci alla messa, ci ritrovavamo tutti attorno alla tavola per confezionare i cappelletti.

La mamma aveva preparato la sfoglia suddivisa in tanti quadretti, su ognuno dei quali poneva l'impasto. Noi tutti, con la tecnica insegnataci, imitandola, contribuivamo a preparare il pranzo per l'indomani. Il cappone bolliva in pentola per il brodo. Il tacchino, pronto con tutti i suoi aromi aspettava l'indomani mattina per spargere nell'aria il suo delizioso profumo.

(continua)
Benito Colonna