OPPORTUNISMO

Il socio Luciano Casalboni, classe 1948, nel ricordo del padre Leo rievoca un episodio nel quale cita un biasimevole comportamento che si registra da sempre nella storia umana. Quello di chi, senza scrupoli, per convenienza e personale interesse, è pronto a salire sul "carro del vincitore", per poi magari abbandonarlo per un diverso "spirar di vento".

Come ogni cittadino riconoscente verso i combattenti che hanno liberato il Paese dall'oppressore, io ho sempre partecipato alle ricorrenze del 25 aprile. Quella del 1973 però ha avuto un'importanza e uno svolgimento diversi dal solito. Mi trovavo assieme a tanti altri cittadini nella sala dell'Arengo per assistere alla premiazione di circa 200 combattenti ex partigiani. Lo speaker man mano li chiamava e il sindaco consegnava loro la medaglia d'oro con la quale la città di Rimini testimoniava la gratitudine per l'abnegazione e il coraggio dimostrato da questi suoi figli.

Inaspettatamente udii chiamare Casalboni Leo. Io, seduto nella fila proprio dietro mio padre, con gioia e orgoglio lo guardai, pregustando il momento della consegna, ma lui non si mosse, restò seduto in silenzio, al punto che consideratolo assente lo speaker passò a chiamare il successivo. Ero frastornato e deluso. Indispettito gli chiesi cosa stesse succedendo e lui, giratosi verso di me, mi spiegò il motivo del suo comportamento.

Mi indicò il signore che stava al suo fianco dicendomi:

Vedi, io e lui abbiamo combattuto. Non eravamo soli, alcuni di quelli che erano assieme a noi sono morti, altri hanno già ricevuto questa onorificenza, altri l'avranno in futuro, ma tutte queste persone che vengono premiate oggi non sappiamo chi sono, da dove vengono e dove erano in tempo di guerra. Io e lui, fra i presenti, siamo gli unici che abbiamo combattuto e rischiato la vita. Abbiamo motivo di credere che costoro vengono premiati perché appartengono alla prima linea del dopoguerra degli iscritti all'Associazione Partigiani. Dopo la liberazione il vento è girato e molti hanno aderito all'Associazione per ottenere benefici, raccomandazioni, posti di lavoro. In cambio di una tessera o di un finanziamento gli imboscati sono diventati partigiani combattenti. Noi non intendiamo dividere con costoro questo momento.

Certo feci fatica a digerire quell'amaro boccone. La rabbia mi portò a consigliare mio padre di denunciare pubblicamente la cosa, ma lui mi disse che era inutile, sarebbe solo servita a dare un pretesto all'avversario per attivare una speculazione politica. L'amarezza fu superata in parte dalla decisione presa nei miei confronti da mio padre.

Quando il commesso del Comune venne a casa per consegnare la medaglia, lui era assente e la ritirò mia madre Nives. La medaglia era in casa ma mio padre fu fermo nel mantenere la sua decisione : Io non la voglio, fanne quello che vuoi. Mia madre cercò di farlo ragionare, ma lui non ne volle sapere. Dopo varie discussioni, insieme decisero di affidarla a me, per ripagarmi della delusione e forse anche perché non andasse persa e magari qualcuno un domani trovandola non la mettesse insieme ai ricordi di famiglia.

Luciano Casalboni