IL MEZZADRO

Il socio Vinicio Vergoni, classe 1926, rievoca in questa pagina un episodio riguardante le lotte per il riscatto sociale che interessarono le campagne negli anni cinquanta del s.s.

Quella Topolino s'inerpicava con fatica sulle lievi salite della strada, tuttavia riuscimmo a raggiungere i luoghi dove ognuno di noi era destinato. La difficoltà più grande era il non avere un indirizzo preciso ma solo il soprannome del mezzadro che lavorava il fondo. Lasciati Gianni e Carlo mi avviai verso il mio, ovvero un fondo dove mi avevano indicato di andare a parlare.

Quando questo? E chi se lo ricorda? Certo oltre mezzo secolo fa. Ricordo però il nome del mezzadro: Palin e il posto, Santa Maria in Cerreto. Un podere grande, non ricordo quanto, ma certamente uno dei più grandi. Arrivai nell'aia e intorno alla Topolino, quella con il muso schiacciato, si appiccicarono piccoli curiosi, poi arrivò un uomo di una certa età dalla barba incolta che mi chiese senza preamboli: U't manda la Federazion? Al mio sì disse: Alora vein. Mi portò in una grande stalla calda, dove c'erano una decina di buoi, vacche e vitelli e, in fondo in uno slargo presso una porta sgangherata, alcuni uomini, donne e bambini. Almeno trenta, erano quelli dei fondi vicini.

Salutai tutti e tutti sapevano perché ero lì. Molti mesi prima, in Parlamento il PCI e il PSI avevano fatto richiesta di revisione del contratto padrone - mezzadro che allora era 50 - 50. Una proposta forte, mi pare fosse 40 e 60 naturalmente a favore del mezzadro. Durò parecchio la disputa in parlamento. Un anno? Due? Non era una vittoria travolgente, ma il Partito aveva raggiunto un risultato fattivo e di principio. Una legge c'era; votata dal Parlamento Italiano.

E allora? Allora la preoccupazione del Partito era quella di elevare la sostanza della battaglia, incoraggiando i mezzadri a farsi paladini del rispetto di quella legge e del risultato ottenuto. Si stava bene in quella stalla. Le bestie muggivano di frequente. Era per me la visione di un mondo che non conoscevo.

Quasi al centro dell'assemblea pendeva sopra alle nostre teste un lume a petrolio che proiettava lunghe ombre sulle pareti bianche di calce. Una mamma col seno coperto da uno scialle faceva poppare il suo bimbo. Mi pareva di essere al centro d'un dipinto del Segantini. Certo io dovevo apparire un signorino con la Topolino sul piazzale, con la giacca e la camicia bianca, seppure senza cravatta. Insomma, forse pensavano: che ci sta fare questo fra noi?.

Parlai a lungo, enumerando tutte le ingiustizie sociali possibili, poi parlai del Partito e della dura lotta per raggiungere quel risultato e, soprattutto, dell'unione che doveva esserci fra loro perché la legge fosse rispettata. Naturalmente finì con un evviva al Socialismo e alla Libertà che mi procurò un tiepido applauso specie dai più giovani.

Fuori sull'aia, diafana e lucente come un cristallo, la luna illuminava il casolare, il pagliaio e le figure che uscivano da quella riunione semi-carbonara. Così, in quello spiazzo, m'incontrai con lui. Aveva la moglie vicino con in braccio il piccolo addormentato sulla spalla, i suoi riccioli neri e il piccolo viso sognante erano sfiorati da un tenue velo di luce. La donna, con i capelli un poco scarmigliati e lambiti appena come da prima neve, aveva un viso scarno, uno sguardo severo e penetrante.

Era vestita con una lunga sottana scura di stoffa grezza e un camice dello stesso colore con tanti bottoni scuri che la chiudevano fino al collo. Un altro bimbo, da prima elementare, stanco, insonnolito e con un dito in bocca, stava aggrappato ai pantaloni del padre. Lui aveva ai piedi gli zoccoli e quei pantaloni rattoppati non gli coprivano gli stinchi. A me, il tutto, pareva con la luce che ci attraversava, il riflesso della sofferenza.

In dialetto: Tè't dis bein. La legge c'è e bisogna farla rispettare, mo se e' padròun um caza via de fònd? Quand che véin sò e cònta tot i poll e u'i né una zantnéra. Quand u's trebbia unt' manda un per la cuntabilità, e' véin so lò e' sta sempra fin a l'ultma garnéla. Se lò e' vò e' trova sempra n'a scusa per mandét via e mè ma chesa a'i n'ho dj do apéina sora i diés an. S'um licenzia, du ch'a vagh?

Non avevo parole, dissi solo: La legge c'è, va rispettata. Vedrai che la soluzione giusta la troviamo, abbi fiducia. Salii in macchina, ma dire che quel breve colloquio e l'immagine di quella famiglia mi colpì è poco. Mi rimase nel cuore e nella mente. Speravo in una precisa indicazione da Roma. Anche Gianni e Carlo ebbero sensibilità, in forma diversa, di quegli stati d'animo timorosi.

Il giorno dopo in Federazione si riunì la Segreteria, poi io feci ancora due riunioni nella stalla di Palin. Riuscimmo a organizzarli affinché pretendessero il rispetto della legge, tutti lo stesso giorno, ai loro padroni. Non successe niente. La Legge fu fatta rispettare. Oggi la mezzadria non c'è più; quel bimbo addormentato in braccio alla mamma, forse è iscritto a un circolo per anziani e i suoi figli non sanno, di certo, quanto sudore, quanta paura e quanto coraggio ci voleva per far valere un giusto diritto votato dal Parlamento.

Glossario:
U't manda la Federazion? = Ti manda la Federazione?
Alora vein = Allora vieni
Tè't dis bein = Tu dici bene
Mo se e' padròun um caza via de fònd? = Ma se il padrone mi manda via dal fondo?
Quand che véin sò e cònta tot i poll e u'i né una zantnéra = quando viene su conta tutti i polli e c'è né un centinaio.
Quand u's trebbia unt' manda un per la cuntabilità, e' véin so lò e' sta sempra fin a l'ultma garnéla = Quando si trebbia non ti manda su uno per la contabilità, viene su lui e sta sempre fino all'ultimo granello.
Se lò e' vò e' trova sempra n'a scusa per mandét via e mè ma chesa a'i n'ho dj do apéina sora i diés an = Se lui vuole, trova sempre una scusa per mandarti via e io a casa ne ho altri due sopra i dieci anni.
S'um licenzia, du ch'a vagh? = Se mi licenzia dove vado?

Vinicio Vergoni