In questo secondo e ultimo episodio il socio Vinicio Vergoni ci racconta il tragico epilogo che il mare in tempesta riservò al peschereccio Giorgio Astrea e al suo sfortunato equipaggio.
Marisa di buonora si alzò e si avviò verso la pescheria. Aveva lasciato le cassette una sull'altra in equilibrio precario, - con il vento della notte chissà cosa era successo - pensò. Alcune donne con getti d'acqua pulivano i banchi di marmo e il pavimento, le cassette erano state ricollocate dalle donne amiche.
Seppe così fra il chiaro e lo scuro che dalle parti di Igea si era scatenato un vortice turbinoso e devastatore. Il vento aveva scoperchiato alcune case e sradicato alberi. Il mare aveva eroso le fondamenta di una villa. Marisa riprese la via di casa pregando a fior di labbra. All'angolo incontrò Gregoron, il vecchio lupo. Saranno tornati tutti? gli chiese ansiosa; Ma sì vedrai che saranno tornati tutti prima della tromba. La risposta non la consolò. Incominciò a insinuarsi il triste presagio. Ricordò che la settimana prima il motore non era andato.
Portò Mariolino all'asilo, prese la bicicletta e arrivò al porto. Le barche erano arrivate tutte, mancava solo l'Astrea. Con il cuore in tumulto fece domande a tutti, ma le risposte erano evasive. Qualcuno disse che erano molto al largo, che per loro meglio sarebbe stato raggiungere il porto di Cesenatico. Era già capitato un'altra volta. Le risuonarono le parole del babbo: Non abbiate paura che se si fa brutta ci buttiamo nel porto più vicino. Il ricordo la rassicurò alquanto.
Tornò a casa e corse alla stazione. A mezzogiorno arrivava un treno da Cesenatico. Aspettò, ma da quel treno non scese nessuno. Sull'uscio di casa c'era il fratello che, come se parlasse a se stesso, mormorò: Il babbo non lo vediamo più. I parenti erano nella cucina calda, nessuno diceva niente. Temevano di guardarsi. Lei riprese la bicicletta e fece la strada fino al porto. Il vento ringhiava e gli schizzi delle onde che si abbattevano sugli scogli arrivavano a bagnarla. Passò dallo Squero. Le sembrò che tutti la guardassero e rabbrividì al pensiero che quelli già sapessero.
Si sentiva la febbre. Aveva ricominciato a piovere. Lasciò la bicicletta a terra e s'incamminò verso la punta del moletto. Le lunghe onde, torbide e grigie, spumavano alte. Gli spruzzi le bagnavano i capelli. In piedi, minuta fra quel fragore, guardava lontano. Voleva penetrare l'orizzonte nero ormai senza speranza. Cadde a terra e chinò il capo sul seno. Inzuppata fino alle ossa sentiva il petto gonfio e il respiro in affanno. Le prese un dolore allo stomaco. Il sale delle lacrime si mischiava a quello dell'acqua del mare.
La colse un turbamento forte. Rivide gli ultimi istanti del padre che lottava fra le onde e sperò che le onde che si schiacciavano sul molo, di ritorno, potessero riportarla a lui. Cadde in avanti, le creste dei cavalloni le si rovesciavano addosso. Perdette i sensi e una quiete delirante la raccolse. Si vide con il babbo e Mariolino, sorridevano tutti tenendosi per mano e s'inoltravano nell'acqua calma; il nonno prese a cavalluccio il nipote che, con i piedi scalzi, lo batteva sul petto dicendo: Dai, corri corri. Il nonno, con un sorriso radioso, rispondeva: Ma sì, andiamo bene, andiamo bene, vedrai che arriveremo.
Quel mucchietto di stracci, zuppi, in fondo al moletto furono visti da un calafà dello squero che corse a raccoglierli. Marisa scosse il portafogli battendolo su un ginocchio per liberarlo dalla sabbia e con mano lieve tolse la patina biancastra. Raccolse il giaccone da mare di tela cerata, lo ripulì e se lo strinse sul petto, prese Mariolino e si avviò verso casa. Mariolino, silenzioso, teneva un dito in bocca. La zia gli disse: Togli quel dito. Lui chiese: Il nonno non torna più?. - Il nonno ti guarda dal cielo. - Perché è andato lassù? Marisa non rispose, gli occhi non vedevano la strada.
Vi.Ve.