NEL MARASMA DEL DOPOGUERRA

Il socio Luciano Casalboni, attingendo alle memorie del padre Leo, ex partigiano e ferroviere, racconta come dopo il passaggio del fronte, sconfitte le forze dell'Asse, il comune cittadino si trovasse ad affrontare, oltre la città deturpata dalle macerie, anche profonde sofferenze fisiche e morali e una serie di problemi procurati dagli eserciti vincitori.

Nell'immediato dopoguerra quando il pericolo non era più costituito dal nemico, bisognava guardarsi dall'alleato che dopo avere bombardato e provocato morte e distruzione, aveva occupato le città da liberatore, macchiandosi spesso di atti lesivi della dignità delle popolazioni: mercato nero, furti, stupri.

Toccò proprio alle sorelle di Leo vivere una brutta esperienza. Un giorno rincasarono spaventate perché inseguite da un nero americano ubriaco, un omaccione di due metri che le tallonò fino al portone di casa, situato sul piano stradale: dal marciapiede si entrava in un atrio dove una scalinata portava al piano superiore, a un ballatoio a forma quadrata che, lasciando al centro la luce del cortile, portava a una serie di appartamenti.

Le due ragazze non riuscirono a chiudere il portone in tempo e il nero vi si infilò. Fecero le scale di corsa e trafelate entrarono nel loro appartamento, ma non fecero in tempo a chiudere la serratura che il nero forzò la porta e se lo trovarono di fronte. Le urla delle ragazze allertarono Leo che si trovava in un'altra stanza e che subito andò a dare man forte alle sorelle per spingere fuori l'energumeno.

Costui possedeva una forza erculea, infatti allontanò Leo come un fuscello. Non potendo competere per forza Leo dovette cambiare strategia: cominciò a sferrare una serie di cazzotti sul volto del nero che dovette indietreggiare sul ballatoio. Qui iniziò un vero incontro di boxe nel quale la velocità aveva la meglio sulla pesantezza e l'annebbiamento dovuto ai fumi dell'alcool del suo avversario. Una grandinata di sventole si abbattè su quel volto il cui resto del corpo indietreggiava ma non dava segni di resa nè di fuga.

Con gli occhi tumefatti e il sangue che colava dal naso e dalla bocca, indietreggiando si ritrovò all'inizio della rampa delle scale, a quel punto Leo smise di colpire e gli indicò la scalinata intimandogli di scendere. Il nero capì: ne aveva avute abbastanza. Alzando le spalle si girò e cominciò a scendere, barcollando cercò di afferrare il corrimano ma evidentemente ci vedeva doppio e non lo prese, rovinando per una trentina di scalini come un sacco di patate e giungendo al portone vi rimase privo di sensi. Chissà quante ossa si sarà fracassato. Leo aiutato dai vicini accorsi per il trambusto portò il nero sul marciapiede, nel frattempo fu avvertita la Militar Police che sopraggiunse con una jeep, in quattro lo raccolsero e lo buttarono, letteralmente come un sacco, sul pianale andandosene senza proferire parola.

Luciano Casalboni