BOMBARDAMENTO A TAPPETO
18 Settembre 1944

Il socio Benito Colonna (Toni), classe 1937, ex macchinista, ci narra un traumatico episodio vissuto nell'ultima guerra, uno fra i tanti cruenti bombardamenti aerei patiti dalla popolazione nel riminese nel corso del conflitto, di cui allora bambino fu diretto testimone e, per certi versi, vittima. Uno spaccato di storia che ci dà un'idea del prezzo altissimo pagato dalla popolazione civile allo spettrale altare della guerra in termini di lutti, distruzioni, sofferenze e privazioni.

La nonna Emma con mio fratello minore Roberto, la zia Irma e la sua famiglia assieme a tanti altri rifugiati erano stati accolti nella Repubblica di San Marino. Vivevano tutti un'esistenza precaria nelle gallerie della ferrovia del Monte Titano. Quella sera senza luna, appena dopo cena, si era fatto ben presto buio. La serata calma e tranquilla, con il cielo stellato, non faceva di certo presagire quegli eventi drammatici che sarebbero di lì a poco accaduti.

Mio padre era intento alla vendemmia, schiacciava col pugno pochi grappoli d'uva all'interno di una pentola. Aveva già quasi riempito un fiasco del dolce succo, quando mia madre, uscita di casa per gettare gli scarti, rientrò velocemente spaventata, richiamando l'attenzione di mio padre su ciò che aveva visto.

Appena usciti dalla porta di casa, dinanzi ai nostri occhi, si parò uno spettacolo unico che anche se piccino, a quel tempo avevo circa sette anni, non potrò mai dimenticare. Dal mare stava avanzando e ingigantendo a vista d'occhio un'illuminazione a giorno generata da un enorme lancio di bengala. Mio padre, intuendo quello che stava per accadere, disse di mollare tutto e correre a ripararci in quella fossa poco distante da casa, scavata appositamente nel terreno e ricoperta da grossi tronchi che fungeva da rifugio.

A malapena riuscimmo ad arrivare al precario riparo dove poco dopo solo un certo Pietro, nostro lontano parente, riuscì a raggiungerci. L'azione si svolse fulminea e l'inferno improvvisamente si scatenò tutto attorno e sopra di noi. A quanto ho potuto apprendere a sganciar bombe erano quattrocento fortezze volanti e non so quante navi che facevano tuonare i cannoni. Gli scoppi assordanti coprivano i rumori degli aerei e frastornavano la mente. Mio padre, che solitamente tranquillizzava gli animi, taceva; la mamma pregava raccomandandosi alle anime dei defunti. Pietro si era gettato a terra e a braccia aperte e continuava a ripetere con la disperazione più vera: ecco è l'ultima, è la fine.

Il bombardamento, improvvisamente come era iniziato ebbe termine. Il silenzio che seguì dopo quel rumore assordante pareva irreale, palpabile, come se lo scorrere del tempo si fosse fermato. Provammo a uscire all'aperto. Non fu possibile, un acre odore frammisto a polvere da sparo ci impediva la respirazione. Attendemmo per qualche tempo, poi, coperta la bocca con i fazzoletti, osammo. Fuori trovammo il caos, chi chiamava i propri cari, chi piangeva disperato, era un correre caotico per ogni dove. Da lì a poco giunsero due militari tedeschi, unici superstiti di una batteria antiaerea piazzata a non più di un chilometro. Erano laceri, insanguinati e disperati. Ricordo ancora le parole: nostri camerati tutti morti.

Benito Colonna