UNA TRASFERTA COMPLICATA

Il socio Guido Lucchini, classe 1925, narra un episodio della sua vita di ferroviere durante i duri anni di guerra. Uno spaccato di vita di un rappresentante della generazione che ha vissuto sulla propria pelle anni caratterizzati da pericoli, angosce, sofferenze.

Era l'anno 1944, avevo 18 anni ed ero dipendente delle Officine Locomotive di Rimini già dall'anno prima. In quel periodo era un continuo udire l'allarme delle sirene che annunciavano l'arrivo delle fortezze volanti i cui bombardamenti sulla nostra città provocavano distruzione e morte.

Sotto il comando delle forze armate tedesche tutti gli operai e impiegati erano militarizzati con tanto di lasciapassare. La nostra occupazione in quel periodo era, oltre alla riparazione di quelle poche locomotive esistenti, lo smantellamento di macchinari di lavoro, (torni, frese, trapani ed altro) che, caricati su carri merci, erano destinati verso impianti del nord Italia. Il trasporto doveva essere scortato a turno da singoli operai, sempre su carri merci, sino all'impianto di destinazione.

Fu così che un giorno fui chiamato al comando tedesco per scortare carri destinati alle Officine Locomotive di Vicenza e dove mi furono consegnati i vari documenti dei macchinari che avrei accompagnato. La mattina successiva sarei dovuto partire da Rimini via Bologna - Ferrara - Vicenza, ma l'idea di viaggiare su un carro bestiame, come era previsto, non mi garbava affatto, ma non mi potevo rifiutare per non correre il pericolo di essere inviato nei campi di lavoro in Germania.

Così la mattina dopo, invece di prendere posto su quei vagoni, mi recai a piedi alla stazione di Igea Marina dove presi il primo treno viaggiatori diretto a Ravenna per proseguire poi per Vicenza. Un viaggio con svariate complicazioni, perché in quel periodo con i treni si sapeva quando si partiva ma non quando si arrivava. Comunque alla stazione di Igea Marina presi posto e mi sistemai comodamente in uno scompartimento di I classe predisponendomi a un confortevole pisolino.

Accadde però che fra Cesenatico e Cervia la linea era stata minata e al passaggio del treno saltò tutto in aria. Me la vidi proprio brutta. Tutte le vetture erano rovesciate nei campi, solo la locomotiva era rimasta sui binari, si levarono urla di terrore e grida d'aiuto dai feriti, ma per fortuna nessuna vittima.

Pensai subito alla mia missione e in fretta presi la decisione di tornare indietro verso Bordonchio a piedi, da dove mi diressi alla stazione di Santarcangelo, avevo allora le gambe buone. Presi il primo treno per Bologna e una volta giunto chiesi notizie dei miei carri all'ufficio traffico. Non ne sapevano nulla.

Salii allora su un treno alla volta di Vicenza dove, una volta arrivato, mi rivolsi subito all'ufficio traffico treni merci sperando che i carri fossero lì. Niente da fare! Non ne sapevano nulla. La notte riposai presso il dormitorio del deposito e al mattino mi recai di nuovo a chiedere di quei maledetti carri. Nel contempo avevo maturato la decisione che se questi non fossero arrivati mi sarei reso latitante. Quale sollievo quando invece appresi che erano allo scalo.

Mi diressi così al comando tedesco della stazione per la consegna dei carri. Tutto regolare, un ufficiale tedesco, molto gentile, mi regalò sigarette e foglie di tabacco per la collaborazione, ma quello che mi premeva era andarmene. Presi subito un treno per Padova - Bologna dove arrivai verso mezzanotte. Mi incamminai per strada per recarmi fuori porta San Vitale, zona in cui era domiciliata mia sorella.

Mentre a passo veloce mi dirigevo verso destinazione incontravo ogni cento metri una pattuglia di fascisti repubblichini (giovani ragazzi sui 15/16 anni, armati sino ai denti, che puntavano il mitra e chiedevano i documenti). Fortunatamente per me tutto risultava in regola. Giunsi a casa di mia sorella che già albeggiava.

Il giorno dopo dalla stazione di Bologna, con un treno accelerato, raggiunsi Santarcangelo e di lì a piedi fino a Bordonchio dove si trovava la mia famiglia in stato di grande apprensione per la mia sorte. Da quel giorno decisi di non presentarmi più alle Officine Locomotive di Rimini. Mi diedi alla macchia in attesa della fine della guerra.

Guido Lucchini