Il socio Vinicio Vergoni, classe 1926, ci racconta la continuazione del suo viaggio in treno di ritorno da Roma. Era il componente di una comitiva di giovanissimi aderenti all'Azione Cattolica con a capo un'accompagnatrice. Un ricordo ancora lucido nonostante il tempo trascorso.
Accusava un breve dolore al capo e si strofin; la tempia rimasta appoggiata al legno. Si sentiva intanto uno stiracchiare di membra e di lunghi sbadigli vocalizzati. Il treno ripartì con pochi sbatter di sportelli.
La signorina accompagnatrice, che mi sedeva accanto, aveva in testa un copricapo che la faceva assomigliare a una suora, stava appoggiata alla spalliera con il mento rivolto verso l'alto. Lo chiffon, quasi sciolto, le lasciava libera una ciocca di capelli neri che le cadeva sulla spalla.
Aveva un collo bianco ed eretto e le palpebre abbassate. A lui parve che sulle labbra avesse un lievissimo segno di rossetto. La vide sotto la luce più dolce. Notò il vestito di un grigio delicato con guarnizioni e colletto bianco. Pensò alla mamma che avrebbe desiderato tagliarsi i capelli e a cui il babbo aveva risposto: stai bene così.
Le calze erano più scure e le immaginò sostenute sopra il ginocchio dall'elastico, come aveva già visto alla mamma, le scarpe nere lucide e serrate da una bretellina che allacciava un largo bottone nero seppia. Sembrava un'educanda, proprio come le bambine di Sant'Onofrio.
Si accorse che l'aspirante di fronte lo guardava e lui agitò il braccio con le dita unite. Si girò e appoggiò la fronte sul legno duro e cercò di dormire, annoiato. Aveva i calzoni corti e il legno del sedile lo segava dietro il ginocchio. Cercò la posizione più comoda e finì con il capo appoggiato sotto la spalla della signorina che, con un amoroso gesto, lo incoraggiò passandogli il braccio e stringendolo lievemente a se. Lui si accucciò e prese sonno.
Il suo capo pendeva abbandonato e il viso appoggiava all'inizio dell'anca. Aveva un respiro profondo, la signorina pensò che il birichino era sfinito dalla giornata convulsa iniziata alle quattro del mattino. Sentiva quel dolce peso e rimaneva ferma per non disturbarlo e il tepore che le procurava le sprigionò un pensiero mesto e un poco triste.
Aveva superato ormai i trent'anni e se c'era stato qualche giovane propenso, qualche delicato corteggiamento, anche una sola simpatia, si era sempre tirata indietro. La sua mente, tutta volta alla grazia del Signore, le aveva creato un senso di timore verso l'altro sesso. La sua anima era sempre avvolta da tante piccole virtù e la spaventava uscirne, temendo ogni segno di cortesia maschile. Sentiva l'impulso all'amore come una diabolica direzione verso il peccato.
Ma quel bambino che cullava sulla sua coscia a ogni scossa del treno, la ancorò alla profonda ferita che già l'aveva tormentata più volte: prepotente il desiderio della maternità le invase ogni membra e mentre con la mano gli accarezzava i capelli si sentì rapita e un poco inebriata al pensiero che avrebbe potuto essere il suo bambino.
Nello sferragliare degli scambi, all'avvicinarsi della stazione di Ancona, lui lentamente prese coscienza. Sotto la sua guancia gustava quel morbido, avrebbe voluto alzarsi ma provava una sensazione nuova, dilettevole, sentiva la mano sulla sua spalla nel tenero abbraccio. Percepì un turbamento profondo che scosse il suo piccolo cuore. Quella carne non era la sua carne, non era quella della mamma, quando stanco, con le gambe su una sedia le si addormentava in grembo.
Una carne nuova che emanava un effluvio diverso, eccitante. I battiti si fecero più rapidi e il respiro più lungo. Ormai erano a Rimini, la signorina gli alzò il capo dolcemente, lo svegliò e chiamò tutti all'Angelo di Dio come ringraziamento. Lui la guardò e si sentì in colpa.
All'uscita l'aspettava il babbo che chiese se era stato buono. La signorina alzò gli occhi verso di lui che sovrastava e, dopo un attimo di silenzio, disse: un angioletto. Il babbo sorrise, le tese la mano che lei appena toccò. Incamminandosi con lui dietro a poca distanza il babbo si volse e gli gridò: movti.
Vinicio Vergoni