Nel corso delle vicende che la vita ci riserva, una massima a cui sarebbe consigliabile ispirarsi è quella di riflettere prima di parlare, evitando di farsi trascinare dalle emozioni o dagli stati d'animo del momento. Il poeta Pietro Metastasio in una sua locuzione saggiamente ammoniva: Voce dal sen fuggita, poi richiamar non vale; non si trattien lo strale quando dall'arco uscì.
Per quanto mi riguarda, questa premessa trova ragione di essere in una esperienza vissuta attorno alla metà degli anni settanta, quando prestavo servizio nella biglietteria della stazione di Forlì. Quando effettuavo il turno di servizio pomeridiano da un po' di tempo, puntualmente, circa dieci minuti prima delle 14.00 si presentava allo sportello una giovane ragazza sui vent'anni, di bell'aspetto, sempre sorridente, che immancabilmente mi domandava se il treno in partenza alle 14.25 per Milano, proveniente da Lecce, fosse o meno in orario.
Essendo un treno a lunga percorrenza il ritardo non era inusuale e all'ora in cui la ragazza si presentava non ero quasi mai informato sulla regolarità dell'arrivo; le facevo allora un cenno di attesa e, seguito dal suo sguardo indagatore, mi mettevo al telefono per esserne a mia volta informato.
Nel frattempo lei, sempre con il sorriso, se ne rimaneva poco discosta dallo sportello, appoggiata al parapetto e in base alla risposta si regolava, ovvero se il ritardo rimaneva contenuto nei 10 minuti, chiedeva il rilascio di un biglietto di solo andata per Faenza, altrimenti tornava sui suoi passi.
Ben presto, capita l'antifona, per evitare situazioni imbarazzanti giocavo d'anticipo in modo che alla sua richiesta d'informazione fossi in grado di dare una risposta. Così interpellavo il dirigente movimento oppure qualche stazione di fermata precedente del treno e qualche volta il dirigente centrale di linea.
Anche quel primo pomeriggio si era svolto il solito rituale. Il treno era in orario e la signorina aveva acquistato il biglietto. Ricordo che vi era nell'atrio un insolito affollamento. Quando, tutto a un tratto, dall'ufficio movimento ci raggiunse la notizia che la circolazione treni era interrotta: una donna, con propositi suicidi, si era gettata sotto il rapido in arrivo da Bologna. Fu tutto un trambusto, un accorrere di persone, di polizia ferroviaria, autoambulanza.
Qualcuno dei miei colleghi d'ufficio, con curiosità, si spinse sui binari. Io non mi mossi. Avevo ancora in mente quando, anni prima a Genova Pegli, una sera avevo accompagnato la squadra di manovra in una ricognizione all'imbocco della galleria lato Savona perché il macchinista di un treno locale in arrivo aveva denunciato di aver avvertito un forte colpo sulla fiancata del locomotore. Giunti sul posto, alla luce delle torce inquadrammo, io solo per un attimo perché subito distolsi lo sguardo, un corpo orrendamente maciullato. Una scena sconvolgente che mi perseguitò, specie di notte, per lungo tempo.
In questo caso, però, si trattò di un tentato suicidio perché, per buona sorte, il corpo della donna colpito dalla testa del convoglio, che entrava in stazione a velocità ridotta, ricadde nell'interstizio compreso fra il binario e il marciapiede. Come si seppe poi, la sventurata se la cavò con alcune fratture.
Fu sommo lo stupore quando appresi che la donna in questione era lei, la signorina che si recava giornalmente a Faenza. I giornali locali, che ripresero con clamore la vicenda, spiegarono che l'insano gesto era derivato da una delusione d'amore.
Di tutto questo si parlò per diversi giorni, poi l'episodio cadde nell'oblio. Passarono diversi mesi quando un bel giorno, sempre di pomeriggio, mentre ero di turno allo sportello ed ero assorto in alcuni conteggi, sentii un tocco di richiamo sul vetro divisorio, mi voltai e con sorpresa la riconobbi, era lei!
Istantaneamente le chiesi: Come sta signorina? Si è ripresa bene da quel brutto incidente? In un attimo mi resi conto di avere parlato incautamente. Lei mi fissò con uno sguardo severo. Non parlava, sembrava turbata, perplessa. Avrei voluto sprofondare. Dopo un lungo silenzio, che a me sembrò un'eternità, con voce mesta mi disse: La ringrazio, oggi lei ha finalmente rotto la cappa di ipocrisia che mi circonda. Pensi - proseguì - sono passati oltre sei mesi e da allora mai nessuno fino a ora mi ha accennato a quella vicenda. Mi sentii sollevato e non profferii parola, ma per il futuro mi ripromisi una condotta più discreta.
La salutai con un cenno, dopo averle rilasciato il solito biglietto per Faenza.
Giovanni Vannini