UOMINI D'AZIONE

Il socio Luciano Casalboni, in base ai ricordi del defunto padre Leo, racconta una delle tante traversie in cui questo rimase coinvolto negli anni della lotta di Liberazione. Un riuscito tentativo di fuga dopo essere incappato nelle maglie di un rastrellamento tedesco.

La vita partigiana non era fatta solo di azioni di guerriglia, ma anche di attesa, fughe, riunioni, proselitismo. Spesso si sfuggiva alle retate e, se non si finiva ammazzati, a volte si veniva catturati, se in palese veste di partigiano si subiva il processo, arrestati o fucilati. Invece se solo privi di documenti si veniva caricati sui camion e portati in Germania.

Leo fu più volte vittima di retate e, non avendo documenti con se, dava generalità di comodo non riscontrabili per cui, in una di queste, venne caricato su un camion assieme ad altri e spedito verso la prigionia oltre le Alpi. Partendo da Rimini studiò mentalmente un piano di fuga. Solo due metri lo dividevano dalla sponda posteriore dell'automezzo, confidando nella sua nota rapidità valutò che bastavano due passi per saltare fuori.

La strada verso Bologna era tutta diritta a eccezione di una curva a gomito prima dell'ingresso a Savignano. Quella curva costringeva non solo il mezzo a rallentare, ma nel giro di pochi metri il camion girando verso sinistra di novanta gradi impediva agli occupanti di vedere dove si sarebbe diretto una volta sparito dalla visuale. Conosceva bene quella strada, da ragazzo la percorreva con un Benelli 125 rosso con il quale faceva le corse, un motore che successivamente io e mio fratello abbiamo guidato prima di venderlo dopo gli anni '70.

Circa quindici chilometri di strada trascorsi a ripassare ogni minimo dettaglio, alzarsi di scatto, facendo perno sul piede destro con una torsione e un piccolo saltello sul piede sinistro, una fuggevole occhiata ai due militi di guardia ai lati della sponda altro piccolo saltello e appoggio del piede destro sulla sponda e poi il salto, atterraggio con capriola, memore in questo di quel poco di ginnastica artistica che gli avevano insegnato, e poi di nuovo in piedi con relativa fuga dentro i campi di granoturco.

Arrivati al punto previsto il camion cominciò a scalare le marce e a rallentare, esattamente all'inizio della curva Leo schizzò come un proiettile, quando il camion si fermò oltre la curva, alla vista dei militi, che di corsa con i fucili spianati raggiunsero il luogo dove lui era atterrato, non vi era altro che la strada che avevano percorso e campi a destra e a sinistra, di Leo nemmeno l'ombra.

Impossibile trovare un ago in un pagliaio, sarebbe stato tempo inutile, un ordine perentorio del più alto in grado e il camion ripartì più leggero. A quel punto Leo sbucò fuori e per uno che era venuto a piedi da La Spezia (dopo l'8 settembre 1943) farsi quindici chilometri con la gioia di aver beffato i tedeschi era una passeggiata.

Luciano Casalboni