IN MEMORIA

Il giorno 10 settembre 2005 si è spento, all'età di 82 anni, il socio, ex ferroviere capo treno, Elio Biagini.
Desideriamo esprimere alla famiglia il dolore per la sua perdita e ricordarlo uomo probo, generoso, appassionato, dal forte impegno sociale.

Alcuni anni della sua vita, quelli che hanno attraversato il periodo tragico della seconda guerra mondiale, sono stati segnati da esperienze straordinarie: particolarmente tristi e dolorose. Chiamato alle armi ed inviato, dopo un periodo di addestramento, in zona operativa sul fronte Albanese, conosce ben presto il volto crudele del conflitto: le perdite umane, le distruzioni, le indicibili sofferenze delle popolazioni. Dopo l'8 settembre 1943, con l'armistizio, la situazione precipita, l'esercito italiano si sfalda: è lo sbando.

È il momento delle decisioni cruciali, come gli altri commilitoni della sua compagnia Elio rifiuta, a sprezzo del pericolo, l'ordine di consegnarsi al comando tedesco e aderisce invece, con scelta coraggiosa, alla lotta armata al fianco dei partigiani. Saranno quelli mesi di macchia, di guerriglia. La reazione tedesca non tarda però e si avventa rabbiosa, forte, organizzata.

In una circostanza la sua formazione attaccata, isolata, da preponderanti forze nemiche, si disperde, si ritrova solo in montagna in pieno inverno con la neve, male equipaggiato, non attrezzato per difendersi dal freddo. Il mattino successivo, ormai allo stremo, è ritrovato dai compagni assiderato con un principio di congelamento agli arti inferiori. Con grave rischio, caricato su un calesse è lasciato all'ospedale della cittadina più vicina, Elbasan, dove viene ricoverato e curato: dopo qualche settimana, guarisce.

Interrogato dal comando tedesco non convince però la giustificazione fornita: di essere fuggito dalla prigionia in cui era stato relegato dai partigiani. Ancora convalescente viene avviato, con altri infelici, con treno in vagone piombato nella regione dei Sudeti, a Krems, ed internato nel campo di concentramento nazista XVII B dove, fra stenti, vessazioni e privazioni di ogni tipo sopravvive fino alla liberazione.

Sono i momenti della gioia, del ritorno a casa, del ritrovare e riabbracciare i familiari. Ma è per altro l'inizio di altre difficoltà, Rimini è un ammasso di rovine, c'è miseria, violenza: è vita dura. Sono gli anni del dopoguerra, le attività riprendono lentamente, è la storica fase della ricostruzione, ma non è facile avere un lavoro, se non precario. Per Elio però arriva il momento della svolta, il concorso in ferrovia, la successiva assunzione.

Nel notiziario DLF n° 3 del maggio di quest'anno è stato pubblicato un suo articolo dove ci aveva ricordato, con dovizia di particolari, i suoi trascorsi in ferrovia. L'assunzione, avvenuta nell'anno 1951, per lui la meta agognata perché rappresentava la sistemazione definitiva: il posto di lavoro sicuro. Poi, per qualche anno, il duro confrontarsi con l'amara realtà, la vita del ferroviere emigrante in alta Italia, a Bergamo, dove aveva dovuto lottare per farsi accettare contro le iniziali diffidenze in un ambiente carico di pregiudizi contro i forestieri.

Ci aveva, in quelle righe, ricordato con commozione come, vivendo lontano di casa, in condizioni ambientali difficili, affiorasse, spesso, la struggente nostalgia per la famiglia, gli amici, Rimini, per la sua Viserba.

Aveva, negli anni settanta, ricoperto incarichi presso il DLF, quale Sindaco Revisore e da allora aveva mantenuto un forte saldo legame con l'associazione.
Saltuariamente ci veniva a trovare e subito s'informava con interesse delle novità, approfondiva gli argomenti, pronto a sostenere e a spendersi per ogni causa che riguardasse il dopolavoro.

Elio era una persona che traboccava di energia e umanità, carica che gli derivava probabilmente dalle sue straordinarie passate vicissitudini. Scriveva spesso lettere pubblicate sulla stampa locale, dove esprimeva le sue opinioni, argomentando e dibattendo le varie problematiche cittadine, interveniva specie per ricordare la sua esperienza, la sua testimonianza di ex combattente e di internato nel lager, con un ricorrente monito alle nuove generazioni a non ripercorrere i fatali errori del passato, affinché quegli spettri che avevano contrassegnato la sua gioventù fossero allontanati per sempre.

Giovanni Vannini